Gioco
Farmoplant, «una storia tutta sbagliata» Trent’anni dopo la chimica divide ancora
Testimonianze e riflessioni a “F come Scienza”. E per l’ex sindacalista la fabbrica poteva essere riconvertita e non chiusa
MASSA
“FcomeScienza”, F come fatti al posto di “fake”, falsità, ma soprattutto F come Farmoplant. È la storia dell’industria chimica apuana e dell’esplosione della Farmoplant (30 anni fa, luglio 1988) a tenere bando alla seconda edizione di questa manifestazione-contenitore sui temi dell’ambiente che è in corso al parco della Rinchiostra.
Un dibattito acceso e interessante, con testimonianze significative, quello sulla Farmoplant, tema che , ha sottolineato Claudia Faita, organizzatrice dell’evento accende ancora gli animi: «Rimangono tanti risentimenti, c’è stata poca limpidezza nella gestione delle cose ed è importante far emergere il sommerso e far capire di andare in altre direzioni».
Carlo Righini faceva parte a quel tempo del servizio multizonale di prevenzione Asl che si occupava di problemi ambientali (Poi venne l’Arpat). «Venivamo chiamati in seguito agli incidenti e mettevamo su un sistema di controllo. Quel triste giorno ero reperibile, ricevetti la chiamata e mi recai sul posto. C’erano i vigili del fuoco che cercavano di domare l’incendio ma gli scoppi non erano finiti. All’inizio non era chiaro, poi venne fuori che era dipeso da un trattamento fuori specifica del Rogor, messo in un serbatoio non idoneo per quelle temperature e si è generata una pressione interna che l’ha fatto scoppiare come un missile. Non potemmo intervenire subito, dopo un po’ fu messa sotto controllo la zona per verificare l’impatto e io, che mi occupavo soprattutto di analisi e laboratorio, iniziai subito a raccogliere le acque. Abbiamo riscontrato una contaminazione nel Lavello e dappertutto nei giorni seguenti. I controlli sono stati fatti, ripetutamente e per anni, ma bisogna tenere conto che c’erano limiti tecnici e procedure diverse allora, e la bonifica messa in atto conserva in sé della lacune per questo».
Franco Rocchi, ingegnere e direttore generale di Ambiente Sc., sponsor dell’evento: «In base al principio chi inquina paga, la Farmoplant ci ha affidato il lavoro della prima importante bonifica che includeva anche lo smantellamento dell’impianto. Nel 1991 per tre mesi ci concentrammo soprattutto sull’inceneritore, poi l’abbandono dei fabbricati e la rimozione. La falda e il trattamento delle acque sono però parte pubblica e come tale la loro bonifica spetta ad altri soggetti e sono già stati stanziati soldi per questo. Ricordiamo che la prima legge sulle emissioni e bonifiche in Italia risale al 1993 e la Farmoplant non è stato l’unico agente inquinante della zona, pensiamo a Italiana Coke e Rumianca».
Cesare Lorieri era nel Consiglio di Fabbrica della Farmoplant e si trovò a tentare la difficile mediazione tra tutela dei posti di lavoro e impatto ambientale dell’industria. «Ho dato l’anima al sindacato e non ho mai preso un giorno di distacco dal lavoro. Vorrei ricordare tutte le forti esplosioni di grandi fabbriche che hanno prodotto danni per i cittadini, pensiamo a Seveso, Bophal o Chernobyl. La tutela della salute è importante, come quella dei posti di lavoro che sostengono le famiglie. La Farmoplant poteva anche essere riconvertita anziché smantellata, ma serve sempre una politica di larghe visioni».
Riccardo Canesi, ambientalista ed ex parlamentare dei Verdi definisce la questione «una storia sbagliata, paradigmatica a livello nazionale. La Farmoplant era un problema da viva e non ha smesso di esserlo da morta con il carico di inquinanti lasciati in eredità dopo 30 anni. Aldilà delle responsabilità politiche e penali sui veleni lasciati, mi chiedo se questa vicenda è servita a cambiare modo di pensare, di produrre o di agire sul territorio? Ho qualche dubbio». —
DANIELA MARZANO
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