Attenzione
Il sindaco: mai un termovalorizzatore qui
De Pasquale rigetta in toto l’ipotesi: «Troppi rischi per la salute». E il chimico Chiappuella: «Troppo inquinamento»
CARRARA
«Chi propone di risolvere il problema dei rifiuti utilizzando un termovalorizzatore dimostra di avere davvero la memoria corta e non ha idea dei rischi per la salute derivanti dal loro incenerimento, che comporta solo spreco di risorse ed inquinamento ambientale. Noi del Movimento 5 Stelle siamo fermamente contrari a questa ipotesi, come lo eravamo anche alla realizzazione di un impianto di bricchettaggio». Così il sindaco Francesco De Pasquale, ha espresso il suo secco no all’idea di costruire sul territorio un nuovo termovalorizzatore. La proposta era circolata nei giorni scorsi, dopo che alcuni dirigenti del Cermec e qualche sindacalista avevano fatto capire di non essere contrari alla realizzazione di un impianto di questo tipo, che non si limiterebbe ad incenerire i rifiuti solidi urbani (Rsu) della nostra provincia, ma anche quelli provenienti da fuori. «I rifiuti –ha spiegato De Pasquale– devono essere sfruttati diversamente, perché rappresentano una risorsa da recuperare. Innanzitutto, occorre ridurre la loro quantità e riciclarne il più possibile, potenziando la raccolta differenziata».
Contro l’ipotesi di un nuovo termovalorizzatore è intervenuto anche il chimico industriale Giuseppe Chiappuella. «L’incenerimento di Rsu –ricorda l’esperto– produce nano polveri, diossine, furani, metalli pesanti, Pcb ed altre sostanze tossiche che provocano cancro, malformazioni fetali, Parkinson, Alzheimer, infarto e ictus. Le diossine, purtroppo, si formano anche nei più moderni inceneritori, capaci di raggiungere temperature elevatissime, perché gli atomi di cloro presenti nei gas emessi dal camino si ricombinano con il carbonio contenuto nelle ceneri volanti (fly ashes) presenti nelle emissioni, grazie al contributo di metalli come il rame, che agiscono da catalizzatori».
I primi a descrivere questo processo sono stati gli studiosi Stieglitz e Vogg nel 1987. «Ma la formazione di policlorodibenzodiossine e policlorobibenzofurani (Pcdd/f) durante i processi di incenerimento e combustione –precisa Chiappuella– era già nota dagli anni Settanta, anche se allora si credeva che fosse sufficiente superare una certa temperatura (circa 800 °C) per rompere la molecola delle diossine e quindi garantire che non venissero immesse in atmosfera. C’è voluto Barry Commoner per dimostrare che essa si riformava dopo l’uscita dal camino e che gran parte della diossina presente nel territorio italiano proveniva proprio dall’incenerimento di Rsu. Quando si bruciano Rsu –prosegue Chiappuella– il 10-25% di essi si trasforma in ceneri, le quali, a loro volta, devono comunque essere conferite in discariche per rifiuti speciali, perché risultano altamente tossiche. I termovalorizzatori, dunque, non eliminano il problema delle discariche, ma ne creano di nuove». Secondo il chimico l’uso di questi impianti andrebbe evitato anche per altre ragioni. «Gli inceneritori –fa notare Chiappuella– vengono finanziati da ingenti fondi pubblici, attraverso un aumento del 7% sulla bolletta Enel. Senza questi finanziamenti sarebbero fallimentari. L’incenerimento, inoltre, implica il consumo di grandi quantità d’acqua». —
R.C.
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