Il Tirreno

Ronchi e Poveromo «Occasione persa, l’amministrazione ci ha dimenticato»

Luca Signorini

Dai fasti dei primi del ’900 alla devastazione del 1977 alberghi chiusi, ville abbandonate e sempre meno alberi

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massa

Il mare sembra lontanissimo, non vedi le Apuane. La rigogliosa natura para gli occhi. Viali e vialetti stretti e incurvati, affiorano le radici e spaccano l’asfalto, ville, quelle vissute e quelle abbandonate. Dimore da 4.000 euro il mese. Ci sono ancora i cassonetti, e pure il silenzio. Lo dicono subito, prima di iniziare: «Sicuramente questa non è la massima emergenza per questo territorio, ma secondo noi con pochi soldi e un minimo investimento poteva essere salvaguardata una delle principali bellezze di Massa. Questa deve diventare un’oasi verde dove bandire i rumori, un’oasi di quiete e tranquillità: è un’occasione mancata».

Seduti nel loro cortile di via delle Macchie, Luca e Camilla Bergamaschi, lombardi di nascita ma massesi da sempre, si immergono nei ricordi di Poveromo e in ciò che non è più. La casa dove passano le estati è del 1925, loro sono sulla settantina. Ne hanno viste, e ne hanno discusso, fondando pure un’associazione: gli amici di Ronchi-Poveromo, l’assemblea costitutiva è del settembre 1961.



È del 1934 la costruzione del lungomare di Levante: via quelle dune che scavalcandole conducevano in spiaggia. Sono gli anni delle prime abitazioni nascoste tra i pini, tra gli elmi, tra i pioppi. Alta borghesia, intellettuali, politici: gli Sforza, gli Albertini, i Ruffo di Calabria, Piero Calamandrei. In fondo a via Siena, il prof Calamandrei, che partorì il Partito d’Azione, dal suo studio nella torretta Liberty guardava il mare e le Apuane. Doveva solo volgere lo sguardo. Adesso ci sono case vacanza. Di fronte l’ampia cancellata della dimora che fu dei Ruffo di Calabria: la proprietà, passata tra l’altro nelle mani di Andrea Bocelli, è ora di un industriale milanese.

«Peppino di Capri qui ci passava un mese intero», esclama un signore che fa cenno col capo. Indica Oliviero: l’ingresso è sbarrato, butti un occhio sulle piscine vuote e melmose, vedi degrado. Mina, Ornella Vanoni, Patty Bravo, Rocky Roberts, Alberto Sordi: a immaginarselo che aria si respirava. «Dal Cinquale ai Ronchi, negli anni ’60, c’erano file e file di automobili», ricorda il solito signore. Di patrimoni lasciati in malora ce n’è un elenco: Villa Irene, Villa Verde, La Tropicana, trattoria Cipriano, da Catè, la Pergola, lo Uaddan.



Era il 28 agosto, spazzò via tutto, alterò tutto. Poveromo da quel momento cambiò volto. Sparisce il 40-50% degli alberi, nascono i primi stabilimenti balneari, i tanti fossi che scorrono vengono tombati e chiusi allo sbocco al mare. La falda acquifera s’innalza, d’inverno sono frequenti gli allagamenti. Si assiste all’erosione della spiaggia. Spuntano altre abitazioni, garage, cantine. Iniziano a cambiare i frequentatori, la borghesia chiassosa toglie fiato a chi vuole respirare con pacatezza.



Dice Luca Bergamaschi: «Ogni territorio ha, o dovrebbe avere, la sua vocazione. Forte dei Marmi è la villeggiatura mondana del benessere non ostentato (almeno fino all’arrivo dei russi), Marina di Massa è il luogo di un turismo più modesto ma con numerose occasioni di divertimento, la Partaccia si è specializzata nel campeggio, Marinella e Fiumaretta sono le spiagge popolari del vasto entroterra sarzanese. Poveromo e Ronchi un destino l’avevano scritto a chiare lettere nella propria storia e nel proprio ambiente. Sono profondamente convinto che avrebbero dovuto diventare un’oasi del silenzio e della natura, una cesura “anomala” nel paradigma del turismo di massa».

Prosegue: «Immaginiamo una zona di quattro chilometri quadrati in cui sia rigorosamente salvaguardata la vegetazione, ma in cui non siano tollerati terreni abbandonati all’incuria, in cui un piccolo nucleo di guardie forestali giri regolarmente per tenere libere le strade o per eliminare i rami secchi e pericolosi dei pini, una zona in cui siano proibite le feste notturne e i fuochi d’artificio, in cui sia organizzata la raccolta differenziata e porta porta dell’immondizia, in cui le strade siano asfaltate regolarmente o al limite riportate ad acciottolato, in cui sia realmente rispettato il limite dei trenta chilometri orari dalle macchine e in cui siano banditi i motorini, una zona di litorale in cui non esistano locali notturni e sia protetta dal frastuono di quelli del territorio circostante». —

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