Il Tirreno

la violenza sulle donne 

«O ci stai o ti licenzio»: un patto con le imprese per fermare i ricatti sui luoghi di lavoro

Camilla Palagi
«O ci stai o ti licenzio»: un patto con le imprese per fermare i ricatti sui luoghi di lavoro

A Palazzo Ducale un convegno per dire no alle molestie a sfondo sessuale. La pm Alessandra Conforti: 277 accessi al rifugio Duna

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MASSA. Allusioni, palpeggiamenti, richieste di prestazioni sessuali: sono 167mila, in Italia, le donne che nell'ultimo anno hanno subito molestie sul posto di lavoro. Violenze che spesso non vengono segnalate. E che sottintendono una ricatto: o accetti o resti a casa. Secondo l'Istat a seguito del ricatto sessuale il 33,8% delle donne ha cambiato lavoro volontariamente a costo di rinunciare allacarriera, nel 10,9% dei casi la donna è stata licenziata, messa in cassa integrazione o non è stata assunta, una piccola quota (1,6%) ha avuto un trasferimento di ufficio o nessuna promozione o penalizzazioni sul lavoro e nel 20% dei casi non vi è stato alcun esito. Solo l’ 1% delle lavoratrici, comunque, si è rivolto a un sindacato.


È partendo da questo dato che la Cisl ha lanciato, in occasione della mostra “Com'eri vestita” organizzata dall'associazione Libere Sinergie, l'idea di un patto fra istituzioni, mondo del lavoro, della scuola e dell'informazione. Obiettivo: formare lavoratrici e datori di lavoro degli strumenti per contrastare queste forme di violenza sessuale. E soprattutto per evitare di entrare nel tunnel di non denunciare per paura di perdere il posto.


Di violenza di genere, e più nello specifico di molestie sessuali all'interno dell'ambito lavorativo, si è parlato nelle stanze di Palazzo Ducale allestite con gli abiti della mostra “Com'eri vestita”, un progetto americano, dell'università del Kansas, presentato per la prima volta a Milano. Abiti accompagnati da didascalie che raccontano il momento in cui le vittime hanno incontrato il loro molestatore: dentro le mura di casa, nel buio di una strada o mentre, appunto, stavano lavorando per portare a casa lo stipendio. Una piaga sociale che troppo spesso viene affrontata partendo da una domanda: «Com'eri vestita quando è successo?» «Una domanda che sottende gravi stereotipi e pregiudizi – spiegano gli organizzatori della mostra - ha delle pesanti implicazioni e un impatto negativo, poiché presuppone l'idea che la vittima avrebbe potuto evitare la violenza se avesse indossato abiti meno succinti o meno sexy. Questa mostra ha lo scopo di smantellare, attraverso il racconto di alcune storie accadute, questo pregiudizio».


Alla mostra, rimasta aperta solo nella giornata di venerdì, si sono succeduti gli interventi del consigliere regionale Giacomo Bugliani, della segretaria Cisl Toscana Nord Alessandra Biagini, dell'assessore del Comune di Montignoso Eleonora Petracci, dell'assessore di Massa Eleonora Lama, del sostituto procuratore Alessandra Conforti e della psicoterapeuta del centro antiviolenza Duna Erika Balestri.

Durante l'incontro è stata rimarcata l'importanza di operare in sinergia fra gli enti coinvolti nelle azioni di prevenzione del fenomeno, al fine di sfatare i pregiudizi che favoriscono lo sviluppodi una cultura violenta. «E continuare a sostenere le donne che subiscono violenza anche dopo la prima denuncia» - ha aggiunto la Conforti. Dal 2013 sono stati 277 gli accessi al rifugio Duna di Massa. All'interno del centro anche bambini che hanno assistito alla violenza subita dalle madri. «Eventi traumatici che se non affrontati attraverso un percorso di fuoriuscita – dice la psicoterapeuta Balestri - portano con loro per il resto della vita». —
 

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