Lutto
Prima fu il tennis poi dai rottami e dagli scogli partì l’idea dei “pionieri”
GLI INIZIIl Club Nautico di Marina nacque nel '53, fino ad assumere le forme dell'odierna struttura all'inizio degli anni '60. Parrà strano, ma la scintilla che accese e infiammò gli animi per la...
GLI INIZI
Il Club Nautico di Marina nacque nel '53, fino ad assumere le forme dell'odierna struttura all'inizio degli anni '60. Parrà strano, ma la scintilla che accese e infiammò gli animi per la nascita del Club, a tutt'oggi vivo e fiorente, partì dai campi da tennis. Eravamo nei primi anni Cinquanta; Marina era ancora segnata dai bombardamenti e i campi minati non erano stati ancora completamente bonificati. I due pontili fatti saltare dai tedeschi: “Pate” all'altezza circa di via Firenze e “Walton” erano ridotti ad un cumulo di macerie. Il terzo pontile, in pratica dov'è adesso la passeggiata a mare, era stato demolito prima della guerra perché poco usato. Venne costruito, nel sito ove attualmente c'è l'impianto tennistico del Club Nautico, alla fine degli anni '40, un campo in cemento (ora in tartan), erede e testimone del campo da tennis reso inagibile dagli eventi bellici come l'attiguo “Circolo Canottieri” fondato nel ’25. Quest'ultimi erano ubicati, più o meno, nell'area dell'attuale parcheggio confinante con la Capitaneria di Porto, alla radice della passeggiata sul molo di ponente. E così alla vecchia dirigenza, che si ritrovava al nuovo campo da tennis, idealmente collegato alle scomparse strutture, nacque l'idea di costruire un Club Nautico sulle vicinissime rovine del distrutto ponte Walton.
Il “Genio Civile” dette la necessaria autorizzazione all'utilizzo dell'area, ridotta ormai ad un ammasso di scogli e rottami affioranti dall'acqua. Il “Ponte Vecchio” pareva il moncone di un braccio proteso sul mare, lungo poche decine di metri. Un vago ricordo dell'approdo da cui partivano le vele che armavano “scuneri” e “navicelli” carichi di marmi, condotti con valente perizia dagli equipaggi marinelli, lungo le rotte del Mediterraneo.
L'idea del gruppo di “dirigenti pionieri” scatenò l'entusiasmo di decine di volenterosi, che misero a disposizione braccia e fervore per spostare la massa disordinata degli scogli, al fine di formare una specie di spiazzo su cui gettare il cemento e livellare, infine, un piazzale dove far sorgere i muri di una costruzione terrazzata.
In breve vide la luce un fabbricato a pianta rettangolare, con tetto a terrazza sulla quale si saliva attraverso una scalinata esterna in legno, sollevabile con apposito paranco in caso di mare grosso. Il Club, in pratica, si ergeva a picco sul mare. Al piano terra si entrava dal Viale Colombo, dopo aver percorso uno spiazzo lungo una trentina di metri, attraverso un'ampia porta centrale, che dava su un breve corridoio, ai lati del quale si aprivano due stanzette: quella di sinistra adibita a bar, quella di destra ad uso segreteria.
Dal breve andito si accedeva, verso mare, su un ampio hangar entro il quale vennero sistemati, su apposite mensole, alle pareti laterali: il vecchio armo “Quattro con” che, con Pietro Gregori, Cesare Rossi, Sergio Garbati, Dino Viti, aveva vinto nel '32 il Campionato regionale Toscano; più due armi: “Due con” e una iole, nuovi del cantiere maremmano “Della Gherardesca”.
Gli elementi di spicco della vecchia guardia Canottieri andarono a formare il “Direttivo” del nuovo Club. Si istituì un “Consiglio Provvisorio Dalla Fondazione” con presidente il Dottor Pietro Serri, Vice Ing. Oreste Lena, Economo Ferdinando Gessaga, elemento nuovo cooptato.
Della vecchia dirigenza facevano parte il Prof. Sergio Vatteroni, che assumerà ben presto il ruolo di Presidente per il biennio '53-'55; figuravano inoltre, sempre per questo biennio, i nomi del Comm. Pietro Gregori (canoista), Paolo Pagani (Direttore Tecnico sez. Nautica), Roberto Giampaoli, Battista Balderi, Carlo Telara per anni poi, il presidente degli Industriali carraresi, l'industriale Pietro Rollino (diverrà il suocero dell'annunciatrice Nicoletta Orsomando nel ’57) ed il Principe del Foro Avv. Pier Marco Fontana. —
PAOLO CUCURNIA
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