Sicurezza
Sergio Menchini: «Gli anni in cui i democratici mi corteggiavano»
L’avvocato: alla mia scrivania sedevano Nardi e Bugliani E sulla giunta: valutiamo condivisioni con la maggioranza
MASSA
L’avvocato Sergio Menchini non si nasconde dietro un dito: lui sa bene - e lo ammette - che chi al primo turno ha sostenuto la sua candidatura, al ballottaggio la X l’ha messa sul nome di Persiani. Lo sa, lo dice e a confermarlo ci pensano i numeri. Un voto dato «contro Volpi, un voto espressione di un desiderio di cambiamento». Chi ha votato Menchini, poi Persiani - l’avvocato ne è certo - «non voleva più la stessa gente, aveva bisogno di contenuti, di azione di governo». Confluenza di voti su Persiani che non significa, però, coincidenza di valori, né - per andare al sodo - un ingresso dei menchiniani nella maggioranza di centrodestra: «Non entreremo in maggioranza - Menchini non è un uomo da giri di parole - ma la possibilità di una condivisione la verificheremo». E quella verifica sarà fatta quando la nuova amministrazione presenterà le sue linee di mandato. «Perché - per dirla nella parole della menchiniana di ferro Dina Dell’Ertole - 17.000 voti dati a Persiani ci interpellano e ci chiedono responsabilità». Un elettorato diverso, più “fluido” e un desiderio forte di concretezza: «La gente - Menchini traduce il concetto - vuole i fatti, vuole sentir parlare di asili, di opere, di lavoro. Chiede concretezza, non vuole in consiglio comunale pontificazioni sulle ideologie. Forse qualcuno, oggi, può dubitare sul fatto che siamo tutti quanti antifascisti, che si ispiriamo ai valori di solidarietà, che abbiamo un faro nella Costituzione?». Questo per dire che le vecchia cara ideologia è finita in soffitta e la condivisione si fa su progetti, proposte, atti al voto in consiglio. Quelle linee di mandato su cui Menchini e i menchiniani si riservano valutazioni. Certo l’ammissione che l’universo valoriale dei menchiniani non è lo stesso di quello della maggioranza di centrodestra c’è.
E se fosse lo stesso parrebbe davvero strano, ancor più strano, il fatto che il nome dello stesso Menchini sia ventilato per un paio d’anni, in seno al Pd, come quello di papabile sindaco. Sì perché - e adesso il professore lo dice a chiare lettere - qualcuno, in casa democratica, alla candidatura di Menchini ci ha lavorato eccome. Ha cercato - per parafrasare - un papa straniero che potesse aprirsi a forze moderate e allargare la coalizione. E ora Menchini, due anni più tardi, dopo il passo indietro alle primarie e le amministrative alle spalle, qualche sassolino dalla scarpa se lo toglie: «Esponenti del Pd mi dicevano che Volpi non sarebbe stato adatto ad una ricandidatura. A questa mia scrivania (nell’ufficio in centro storico ndr) sedevano Martina Nardi e Giacomo Bugliani. Poi è arrivato un congresso Pd fatto a tavolino, un congresso unitario (quello che ha visto affidare la segreteria a Luca Perinelli ndr) e il regionale ha chiesto compattezza su Volpi alle amministrative e così è stato. Io - Menchini lo ammette - ho fatto un errore: mi sono tirato indietro dalle primarie troppo tardi, non avrei dovuto farlo alla mezzanotte dell’ultimo giorno, ma due giorni prima». Come a dire che il Pd - o una parte del Pd che a Volpi voleva far le scarpe - lo ha corteggiato, voluto, spinto a scendere in campo, salvo serrare poi i ranghi e compattarsi intorno al sindaco uscente. E Menchini si è giocato la partita da solo e si è preso il ruolo di ago della bilancia al ballottaggio. E su chi lo descrive uomo di potere ed espressione di poteri forti, Menchini è certo che si confonda «il ruolo di avvocato che rappresenta importanti imprenditori con il piano personale. Mi sembra che i poteri fossero intorno a Volpi, si siano sdraiati intono a lui, dalla camera di commercio, a Roberto Pucci passando per le associazioni di categoria».
Le amministrative e il potere viste da Menchini. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
