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Inchiesta aste truccate Torna in libertà il giudice Roberto Bufo

MASSA. Era il 9 gennaio scorso quando i carabinieri eseguirono sette arresti per presunte irregolarità nelle aste di alcuni tribunali toscani. Ieri, a distanza di sei mesi da quel blitz, è tornato in...

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MASSA. Era il 9 gennaio scorso quando i carabinieri eseguirono sette arresti per presunte irregolarità nelle aste di alcuni tribunali toscani. Ieri, a distanza di sei mesi da quel blitz, è tornato in libertà Roberto Bufo, il giudice finito in carcere con l’accusa di essere a capo della cricca che truccava gli incanti. In questi ultimi mesi Bufo, difeso dall’avvocato Alessandro Civitillo, si trovava ai domiciliari.

Nell’interrogatorio reso davanti ai pm di Genova si era lasciato andare ad alcune ammissioni che hanno alleggerito in parte la sua posizione: «Ho sbagliato», disse.

L’inchiesta verrà ricordata soprattutto per alcuni colloqui intercettati che, secondo gli inquirenti, la dicono lunga su come agisse il gruppo guidato dal magistrato (sospeso e senza stipendio). In particolare, ce n’è uno con l’incaricato alle vendite giudiziarie del tribunale di Massa, il quale affermava che «bisogna cercare di rubare il più possibile». La replica di Bufo è inequivocabile: «Esatto, è la giustizia di Zorro». Parole che non avevano bisogno di grandi commenti.

I pm sostengono che il giudice spezzino sia riuscito ad assicurarsi a prezzi stracciati immobili venduti all’asta. E lo avrebbe fatto tramite prestanome e soprattutto grazie all’aiuto di Roberto Ferrandi, un amico commercialista.

Nelle carte dell’inchiesta è descritta in modo dettagliato la procedura d’asta relativa a un immobile situato ad Aulla che, sebbene non sia andato poi a Bufo, ha fatto emergere una condotta illecita da parte di Ferrandi «tramite comportamenti finalizzati a dissuadere eventuali altri soggetti interessati».

Il primo luglio 2016 è intercettata una conversazione dove Ferrandi spiega a Bufo come ha intenzione di agire. «Io comunque sconsiglio tutti…gli dico che c’è la mafia. Eh guarda che c’è la mafia».

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