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«Le cave sono botteghe, non supermarket»

di Alessandra Vivoli
«Le cave sono botteghe, non supermarket»

Il grido di allarme di Anselmo Ricci (coop Gioia): il nuovo regolamento degli agri marmiferi non apra alle multinazionali  

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CARRARA. «Il regolamento comunale che dovrà dettare le norme sulle cave (recependo la legge regionale 35) è un passaggio storico per il comprensorio apuano. La preoccupazione adesso è che, secondo come verrà redatta la nuova regolamentazione, si possa aprire il mondo del monte alle aste e alle multinazionali. Questo sarebbe davvero un grosso rischio perché in primo piano verrebbe messo il profitto, non l’uomo. Sarebbe la logica del supermercato, contro quella della piccola bottega»

. Il grido d’allarme è di Anselmo Ricci, presidente della cooperativa Gioia una realtà che nel bacino dà lavoro a 200 persone, con l’indotto, autotrasportatori, officine, fornitori, laboratori, commercianti e consulenti è di circa 300 persone. Ricci è uno che il monte lo conosce bene. Conosce le vene del marmo, il “verso”, ma anche le dinamiche, e le regole, quelle scritte e non, che ci sono ogni qualvolta si scopre un fronte di escavazione. «Le regole ci sono già, non è più come negli anni Cinquanta quando si aprivano le cave con maggiore semplicità, meno regole, meno tasse e con pochi investimenti. Oggi ci vuole un piano di coltivazione che deve essere approvato dalla conferenza dei servizi. Bisogna formare e mettere in sicurezza i lavoratori, come prima cosa, e bonificare e mettere in sicurezza il monte, successivamente. Il marmo, i blocchi, sono l’ultima cosa, l’ultimo step. Prima c’è tutto un altro lavoro, una fase preparatoria che caratterizza il mondo delle cave, la peculiarità e la criticità di questo settore».

È proprio questa caratterizzazione che secondo Ricci può fare da una parte, sì, la differenza, ma dall’altra diventare un rischio se la coltivazione al monte finisse in mano di multinazionali con un occhio più distaccato rispetto al fattore “umano” e concentrato solo sul profitto da destinare a paesi stranieri con agevolazioni fiscali che in Italia non ci sono; queste sono le logiche delle multinazionali. «Mettere all’asta una cava non significa vendere uno stabilimento balneare con le cabine, chiavi in mano - continua Ricci - Qui è tutta una situazione diversa dove il marmo e l’escavazione non prescindono dal fattore umano e dalla messa in sicurezza. Dove non si può pensare al profitto se prima non si pensa al monte, se prima non si fanno i piani di coltivazione».

Ricci insiste quindi sul momento delicatissimo che si appresta a vivere il settore delle cave. E, al tempo stesso, esprime soddisfazione per come si sta muovendo l’amministrazione comunale in questa fase che accompagnerà alla nuova regolamentazione dell’escavazione. «È un fatto positivo che la commissione consiliare dedicata al marmo - spiega Ricci - stia confrontandosi con tutte le associazioni di categoria. Mi sembrano i presupposti fondamentali per un percorso che dovrà essere il più possibile condiviso».«Lo ribadisco - conclude - il mondo delle cave èo un settore particolare, dove prima di poter parlare di profitto bisogna mettere al primo posto l’uomo e la risorsa naturale, quella cava da cui si estrae, ed è solo l’ultimo step, i blocchi di marmo. Non esistono cave chiavi in mano. Le cave sono le botteghe, non possono trasformarsi in supermercati in mano alle multinazionali, con l’unica logica del profitto».


 

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