Finanza
«In cava il vero Michelangelo»
Il regista del film Sky con Enrico Lo Verso: incantati da questi luoghi
CARRARA. «Se Michelangelo potesse scegliere un luogo dove trascorrere l’eternità, sarebbe una cava di Carrara».
Questo il pensiero di Emanuele Imbucci, regista del film Sky “Michelangelo: Infinito”, nei cinema il 4 Ottobre. Michelangelo è stato il protagonista del Marble Cafè di mercoledì presentato da Marzia Dati e dedicato al rapporto del grande artista con la città, dove trascorse complessivamente due anni.
Un successo reso evidente dal tutto esaurito del “Fuori Porta”, con cocktail eccellenti e prodotti di qualità serviti dall’impeccabile Andrea Fusani.
Ospiti della serata Antonietta Bandelloni, blogger d'arte di “Michelangelo Buonarroti è tornato”; Cinzia Parnigoni, restauratrice del David e dei Prigioni; l’attore Valentino Infuso, interprete di Michelangelo nel “Giudizio universale” di Marco Balich in scena a Roma; Nicola Sapio, marketing director dello spettacolo; Caterina Rapetti, studiosa dell’arte e delle tradizioni lunigianesi; e naturalmente Imbucci.
La troupe di Sky si è dovuta misurare con le riprese nella cava Calacata Borghini di Torano, dove il Michelangelo di Enrico Lo Verso recita il suo monologo. Rende bene l’idea dell'entità dell’impresa il dietro le quinte mostrato in anteprima agli spettatori.
«Girare in cava non è stato semplice – rivela Imbucci – abbiamo dovuto trasportare il materiale a quelle altezze e girare in un ambiente ostico, dove abbiamo combattuto con la polvere. Per il direttore della fotografia Maurizio Calvesi illuminarla è stata una sfida».
Le scene di ricostruzione storica del lavoro estrattivo sono state girate in ambienti dove il marmo è rimasto ruvido, grezzo, come lo vide Michelangelo nel Cinquecento.
La cava moderna, invece, è stata scelta dal regista come un luogo dell’anima, una sorta di “limbo” dove l'artista tormentato racconta di sé.
«Quando venni a fare il sopralluogo e la vidi ne rimasi folgorato – spiega Imbucci – mi sentii piccolissimo, schiacciato da un senso di maestosità e imponenza. Decisi che per girare il monologo non avrebbe potuto esistere altro luogo, una scelta condivisa anche dalla produttrice e direttrice artistica Cosetta Lagani. Cambiammo i nostri programmi di conseguenza. Credo che se Michelangelo avesse potuto scegliere un luogo dove trascorrere l’eternità sarebbe stato questo, dove sarebbe rimasto a contatto con la materia che tanto amava. Qui abbiamo capito la difficoltà di misurarsi con un materiale, con una natura che non si fanno dominare, se non attraverso una tecnica paziente. Che, almeno per quanto riguarda la scultura, è rimasta incredibilmente simile a quella di Michelangelo». Anche l’impatto con Carrara è stato notevole.
«La città è molto bella e accogliente – prosegue Imbucci – i carrarini si sono subito dimostrati un popolo dotato di grande disponibilità e voglia di mettersi in gioco».
Per la ricostruzione puntuale del lavoro in cava il regista si è avvalso della consulenza di Diego Zampolini della cooperativa cavatori, del direttore dell’accademia Luciano Massari e del professor Alessandro Romanini.
Il sindaco di Carrara Francesco De Pasquale ha concesso il patrocinio del Comune.
In ultimo, i cavatori hanno messo a disposizione la loro esperienza: alcuni, insieme ad altri carrarini, compaiono come figuranti nel film: «I nomi non li possiamo ancora svelare», precisa Imbucci. Insomma è servito uno sforzo corale per realizzare "Infinito".
Un nome che ha più significati: «Michelangelo, dopo aver superato un limite, ne cercava sempre un altro con cui misurarsi. Aveva una passione che sfociava nell'ossessione: basta visitare la Cappella Sistina per capire fino a che punto l'uomo possa spingersi. Poi, quello che Michelangelo ci ha lasciato in eredità è infinito: sarà ancora qui quando noi non ci saremo più».
« Poi c'è il senso del non finito, che si vede ad esempio nei Prigioni - conclude il regista Imbucci - come raccontiamo nel film, Michelangelo cercava il senso dell'opera nel lavoro sulla materia. Per lui non era così importante la finitezza: quello che contava era il significato».
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