Toscana
Tela comprata al mercatino non ci fu ricettazione
MASSA. Si è concluso con un’assoluzione piena, per non aver commesso il fatto, il processo per ricettazione legato alla vicenda di un quadro di Emilio Vedova, rubato a Milano, ricomparso al...
MASSA. Si è concluso con un’assoluzione piena, per non aver commesso il fatto, il processo per ricettazione legato alla vicenda di un quadro di Emilio Vedova, rubato a Milano, ricomparso al mercatino dei Ronchi, e qui comprato da due appassionati d’arte, lo scomparso commerciante e pizzaiolo Bruno Balloni, deceduto a fine 2017 a 69 anni, e Bruno Bartoletti, di Bagnone. Balloni non ha fatto in tempo a vedere l’esito a lui favorevole del procedimento. Soddisfatto della sentenza l’avvocato difensore, Settimo Del Freo.
Il processo era nato da un giudizio immediato disposto dalla magistratura. Al centro di tutto, una tela che rappresenta uno dei cicli più felici dell'artista Emilio Vedova, pittore veneziano quotato: "Studio di dischi numero 9" si trovava alla galleria d’Arte Salvatore e Carolina Ala di Milano quando fu rubato nel 2000. Il proprietario presentò denuncia in attesa di notizie.
Passano tredici anni, nel frattempo il pittore Vedova muore (nel 2006) e i suoi parenti e amici realizzano una fondazione in suo onore. Il prezzo dei suoi quadri schizza in alto; ed ecco che nel 2013 il comandante del nucleo belle arti dei carabinieri di Firenze comunica che il quadro che era sparito dalla galleria milanese era stato trovato in una casa d'aste. E sequestrato.
Non solo: le due persone che ne avevano rivendicato la proprietà sono state denunciate per ricettazione.
Il processo era iniziato nel 2015 nei confronti di Claudio Bartoletti e Bruno Balloni.
Nel corso delle udienze, attraverso le testimonianze, è emersa la ricostruzione dei fatti: in sostanza, Balloni, appassionato d’arte, aveva acquistato ad un banco del mercatino dei Ronchi quel quadro, pagandolo qualche migliaio di euro, non sospettando ovviamente che fosse un provento di furto. In seguito, aveva chiesto a Bartoletti, estraneo all’acquisto, di interessarsi alla vendita presso una nota casa d’aste fiorentina.
Tra le motivazioni a difesa portata dall’avvocato Del Freo, anche il fatto che Bartoletti e Baroni avessero scelto per vendere l’opera una casa d'aste particolarmente conosciuta nel Nord Italia, e che quindi non volevano certo nascondere la cessione della tela, sapendo che comunque l’opera sarebbe entrata in cataloghi e diffusi e sottoposta a controlli. Cosa puntualmente avvenuta.
Il comportamento di chi ha la coscienza a posto, insomma. Come ha riconosciuto il giudice Giovanni Tori, l’acquisto e la cessione sono avvenuti in perfetta buona fede, come avvalorato dalle testimonianze raccolte.
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