Il Tirreno

«Mamme, quanti diritti negati»

«Mamme, quanti diritti negati»

Patrizia Bernieri: «La strada è ancora lunga». Pepe: «Spesso, forti pressioni»

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MASSA-CARRARA. Secondo gli ultimi dati forniti dall’Ispettorato nazionale del lavoro, nel 2016 le donne che si sono licenziate dopo la gravidanza sono state 29. 879. Tra le mamme, appena 5. 261 sono i passaggi ad altra azienda, mentre tutte le altre ben 24. 618 hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per gli uomini la situazione è capovolta: su 7. 859 papà che hanno lasciato il lavoro, 5. 609 sono passaggi ad altra azienda e solo gli altri hanno deciso di farlo per difficoltà familiari.

Un conteggio allarmante, a cui si sommano le dimissioni in bianco, i mancati rinnovi dei contratti a tempo determinato e i casi di mobbing che portano le mamme a dover scegliere tra lavoro e famiglia. Patrizia Bernieri segretaria generale della Fp Cgil di Massa-Carrara e Daniele Pepe segretario provinciale della Ugl illustrano i troppi diritti negati che molte madri sono costrette a subire. «Ragionare del diritto alla maternità nel nostro paese significa per prima cosa avere in mente che nel nostro paese abbiamo il tasso di natalità più basso dell’area Ocse e – dichiara Patrizia Bernieri – anche l’età media per il primo figlio più alta. Negli ultimi anni abbiamo raggiunto il minimo storico delle nascite, quindi dobbiamo domandarci per prima cosa perché in Italia si fanno meno figli. Sono una sindacalista e il primo dato che voglio evidenziare è quello che lega la maggiore occupazione femminile di altri paesi ad una maggiore natalità. La dilagante precarietà che colpisce soprattutto le donne, i tagli ai servizi pubblici ed in particolare agli asili nido, il cortocircuito che leggi come la riforma Fornero hanno provocato rendendo impossibile quella naturale solidarietà generazionale dei nonni nei confronti dei nipoti, negano nei fatti alle donne italiane il diritto di scegliere di diventare madri. Abbiamo conquistato con la lotta delle donne una legislazione molto avanzata nel campo della tutela della maternità anzi, meglio della genitorialità. Abbiamo rafforzato le leggi con i contratti nazionali, ma purtroppo ancora oggi vediamo negato spesso il diritto a conciliare il lavoro con la famiglia. Con differenze evidenti tra le lavoratrici precarie e quelle a tempo indeterminato. Anche per le lavoratrici a tempo indeterminato risulta comunque troppe volte difficile coniugare il lavoro con la cura dei figli, spesso al diritto ad avere l’aspettativa o il part time volontario, si contrappongono le esigenze dell’azienda o del servizio. Prova ne è che il dato sulle dimissioni volontarie delle donne e in aumento costante».

Pochi giorni fa era la festa della mamma, ma non della maternità. Come mai i diritti delle donne con figli non sono ancora del tutto tutelati? «Siamo ancora troppo lontani dal salvaguardare in maniera seria la conciliazione dei tempi di vita e di occupazioni alle madri lavoratrici. Il problema è fondamentalmente culturale – afferma Pepe – anche se siamo nel 2018, siamo sinceri, quante volte sentiamo dire “io di donne non ne assumo perché poi rimangono incinte e stanno a casa un anno? oppure ragazze che si sono presentate ad un colloquio di lavoro e gli è stato chiesto conto su eventuali loro progetti di maternità? La lavoratrice neomamma è vista dal datore di lavoro come un rischio. Parliamoci chiaro: questa progressiva precariarizzazione del lavoro ha fatto sì che un lavoratore od una lavoratrice più è schiavizzabile e meglio è, quindi una donna che liberamente sceglie di avere un figlio viene sicuramente danneggiata da questa sua volontà. Pensiamo anche a quante madri, che hanno un lavoro più o meno stabile subiscono pressioni così forti che sono costrette a licenziarsi. Dulcis in fundo abbiamo le lavoratrici artigiane e le libere professioniste, che molto spesso per necessità economiche non abbandonano l’occupazione nemmeno durante il congedo».

Quante donne ancora oggi vedono negati i diritti di essere mamma, come ad esempio un part time o un’aspettativa, per accudire il proprio figlio? «Troppe. Addirittura il diritto negato è affiancato – conclude Pepe – anche da un fenomeno quasi peggiore: la paura di chiedere. Molte lavoratrici hanno terrore della reazione del datore di lavoro e quindi del licenziamento, rispetto ad una loro richiesta di part-time, oppure hanno timore a chiedere il congedo facoltativo perché al loro rientro poi temono di ritrovarsi a casa o comunque in situazioni lavorative poco piacevoli. Vorrei fare anche un passaggio, perché è una casistica molto presente (anche sul nostro territorio), ma di cui se ne sente parlare poco, ed è quella delle mamme che, lavorando su turni, coprono anche gli orari notturni. La normativa prevede che è vietato adibire le donne al lavoro, dalle ore 24 alle ore 6, dall’accertamento dello stato di gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino.In teoria non sembra null’altro che una previsione normative di buon senso, ma nella pratica a suon di ricatti molte mamme sono costrette a lavorare di notte pur avendo bambini molto piccoli, cedendo per paura di perdere il lavoro».

Sara Lavorini

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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