Gioco
Travolto mentre era a terra
L’operaio ucciso dal mezzo in movimento sul piano, s’indaga sui responsabili
CARRARA. Travolto da una pala. Così è morto Luciano Pampana. Ma non mentre spostava un detrito che bloccava una ruota, tantomeno in discesa. Ma sul piano, mentre il mezzo era in movimento. «La pala mon era su una rampa, si muoveva», conferma Maura Pellegri, responsabile del servizio prevenzione sicurezza sui luoghi di lavoro dell’Asl. E per muoversi avrà avuto bisogno di forza propulsiva, di un pilota magari. «Questi sono tutti accertamenti che sono in corso, ancora non ci sono certezze», risponde Pellegri.
Una pala su un piano, questo è sicuro, non si muove senza qualcosa, motore o forza generica, che la spinga. «Questo è sicuro - risponde facile Pellegri - ma quel che posso dire è che era in piano. Questa è l’informazione che posso dare. Il resto è tutto da ricostruire con le indagini».
La cava, con una proprietà differente, aveva fatto parlare di sé undici anni fa. C’era stato un incidente a un giovane lavoratore, Simone Pennoni, che al primo giorno di lavoro era finito in galleria, dove non sarebbe dovuto stare senza un accompagnatore, perdendo una gamba per via di una scheggia che gli cadde di sopra. Ma di recente la cava che aveva creato problemi o c’erano state segnalazioni precedenti all’incidente di venerdì? Non per Pellegri. O quantomeno nella media. «Non c’erano state problematiche diverse da altre cave. Siamo su una linea non diversa da altre situazioni», risponde l’ingegnere. Bisognerebbe capire quanto questa “linea” comune sia poi problematica e capace di portare a incidenti.
I controlli però, insiste Maura Pellegri, sono stati intensficiati e vengono fatti con regolarità. Il sindaco di Carrara Francesco De Pasquale ha parlato di due visite annuali per ogni cava. «Prima del piano straordinario ne facevamo due - spiega Pellegri- da quando c’è il piano straordinario riusciamo a farne anche sei o sette all’anno. D’altronde è servito proprio a questo, quest’anno dovremmo arrivare a quel numero lì. L’anno scorso ne abbiamo fatti 4 o 5, quest’anno un paio di più a cava».
Un incremento dovuto all’aumento di personale. «Ovviamente si è riusciti grazie all’aumento di persone, con tre persone non si fanno davvero i controlli. L’incremento del personale implica andarci più volte».
Attualmente le persone impiegate nei controlli in cava sono 12. «Ma ne saranno assunte anche 5, con i tempi lenti che si possono immaginare quando c’è da fare assunzioni nella pubblica amministrazione», spiega Pellegri. Sono ingegneri, tecnici della prevenzione e geologi. E in futuro saranno 17.
Un numero in aumento rispetto al passato, ma che evidentemente non è sufficiente a scongiurare gli incidenti. C’è un punto debole? «Noi più analisi di quante facciamo non credo riusciremo a farne. Su tutti i modi possibili per ridurre gli incidenti. Quindi il perché continua a succedere è una domanda che quando riusciremo a rispondere avremo trovato la risposta definitiva, questo in generale per gli incidenti».
Questo non significa che si è arrivati al massimo dispiegamento di forze possibili. «No, non intendo quello - chiarisce Pellegri - è un sistema che deve trovare un equilibrio suo. Non è che si può stare e tenere tutto controllato. Lo stesso vale in strada: se non si mettono le cinture, il telefonino o non ci si distrae serve a poco la polizia. I lavoratori sono impegnati da tempo su queste cose, le imprese stanno cominciando a muoversi. Magari in futuro a qualcuno verrà in mente altro in futuro, i passi avanti nel tempo sono stati molti. Noi più di quello che facciamo, insistendo sui temi, non so cosa possiamo fare. Non possiamo diventare l’azienda».
Oltre agli occhi umani ci sono quelli dei droni che vigilano sulle cave. Per quanto la loro utilità nella prevenzione infortuni è piuttosto scarsa. «Un drone era stato utilizzato anche in questa cava per fare dei controlli nella parte alta del soffitto», puntualizza Pellegri.
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