Il dolore
Straulino, il mito e il trionfo con Ydra
Così l’Ammiraglio e olimpionico preparava le sue regate
Paolo Cucurnia, appassionato di mare e di storia marinella, ha scritto questo personale ricordo sul mitico Ammiraglio Agostino “Tino” Straulino, oro alle Olimpiadi di Helsinki, e sui suoi legami con Marina di Carrara.
di PAOLO CUCURNIA
«… Presenta Paolo all’Ammiraglio!»: così l’amico Gualtiero Corsi si espresse a Spezia negli ultimi mesi del ’72, rivolgendosi ad una conoscenza comune, sulla banchina dello Svmm - Sport velico Marina Militare - mentre mi accingevo a salire su Ydra, armata dalla signora Marina Spaccarelli Bulgari. “Agostino Straulino, molto lieto”: l’Ammiraglio mi tese la mano, “Paolo Cucurnia, piacere”: risposi, e gliela strinsi. Poco più che ventenne, ero emozionatissimo, avevo appena toccato la mano al “Mito” della vela, del vento, del mare.
Quella mano aveva condotto alla vittoria barche dai nomi entrati nella storia e aveva tenuto “timoni” con sensibilità da extraterrestre. Quella mano non aveva rivali nelle partenze e aveva alzato al cielo, in segno di vittoria, le più prestigiose coppe esistenti: due medaglie, oro e argento, rispettivamente alle Olimpiadi di Helsinki e Melbourne; tre campionati del mondo, dieci campionati europei, dodici titoli italiani, un campionato di Francia, tre campionati di Germania, tutti con la classe “stelle”. Un campionato del mondo con la classe “5,5 SI”.
Quella era l’eroica mano che, durante la guerra, aveva violato Gibilterra con i nuotatori “gamma” della X squadriglia Mas; come se non bastassero gli allori sportivi, aggiunse al suo prestigioso palmares due medaglie al valor militare guadagnate sul campo: una d’argento e una di bronzo. Due encomi e tre croci di guerra al merito.
È doveroso sommare, al suo profilo generale di campione, il comando del Corsaro II, yacht scuola della Marina Militare che condusse, nel 1961, con i cadetti dell’Accademia Navale, in crociera nell’Atlantico e nel Pacifico. E poi, dal novembre 1964 al novembre 1965, ebbe Nave Vespucci al Comando, e così portò in giro per il mondo i suoi titoli di campione, di eroe e di impareggiabile “Lupo di mare”. Ma soprattutto di uomo fedele a se stesso, alla bandiera italiana ed ai valori di Patria. Non possiamo sottacere, fra le altre dimostrazioni di capacità e perizia marinara, l’uscita da Taranto percorrendo, col Vespucci invelato, lo stretto canale navigabile. Ma Straulino, ben lungi dal finire di stupire, durante una sosta ad Helsinki nell’agosto del ’66, fu protagonista di un’impresa che ebbe risonanza mondiale. Prima della partenza dalla Finlandia, dove aveva vinto l’Olimpiade nel ’52, dichiarò alla stampa che si sarebbe staccato a vela dalla banchina d’onore, dove era ormeggiato il Vespucci, ed a vela avrebbe proseguito per l’imboccatura, per uscire dal porto. La notizia fece il giro del mondo e il giorno della partenza tutta Helsinki era sul molo.
Alle 8 le vele del Vespucci erano bordate ed il personale ai bracci, pronto alla manovra. C’erano tutti… tranne il vento: calma piatta. Straulino salì sul ponte, radunò gli ufficiali, tutti con un’espressione un po’ preoccupata. Solo il Comandante era calmo e rivolgendosi all’ufficiale di rotta disse: “Verrà, verrà…”. Si portò, quindi, sull’aletta di plancia, lato banchina, e la folla, riconosciutolo, lo salutò a gran voce. Seguì un interminabile silenzio, mentre in lontananza si stagliavano le sagome di due rimorchiatori inviati dalla Capitaneria e pronti ad ogni evenienza. Dopo un quarto d’ora lungo mille anni, come per miracolo, velacci e velaccini cominciarono ad animarsi. Dapprima impercettibilmente, per via di un “ruffianello” che anticipava un vento più stabile e forte, poi le vele si gonfiarono ed arrivò l’ordine: “Molla gli ormeggi!”. Via i cavi, orientati i pennoni, la nave si staccò dalla banchina un po’ prima dell’orario stabilito. Percorso il primo tratto parallelo al molo, il Comandante ordinò il “Vira di bordo!”, alla volta dell’imboccatura. La manovra fu effettuata in tempo record, mentre dalla banchina si levava un fragoroso applauso di ammirazione indirizzato alla nave, all’equipaggio ed al suo immenso Comandante. All’incredibile e gloriosa carriera costellata di numerosi successi di Straulino, ormai promosso Ammiraglio, nato nell’isola di Lussinpiccolo nel ‘16 e che veleggiava, è il caso di dirlo, verso i sessanta, mancava un titolo su barche d’altura. La famosa classe Ior, che venne concepita proprio in quegli anni ‘72/’73.
L’Ammiraglio già da qualche tempo gareggiava sugli “One tonner”, scafi di circa 12 metri. Difendeva i colori italiani su barche armate dalla signora Marina Bulgari di Roma. Nel 1973 la “One Ton Cup” si sarebbe svolta a Porto Cervo, nelle acque di casa; quale migliore occasione per infilare l’ennesima “perla” alla sua già ricca collana di trionfi? La signora Bulgari armò, per l’occasione, uno scafo di legno (lamellare) su progetto del classico e collaudato studio americano Sparkman & Stephens: il Paxos, varato nei cantieri Craglietto di Trieste. Prese poi come “lepre” (e che lepre!) l’Ydra, una barca che nella “One tone” di quell’anno (1972) a Sydney, mancò la vittoria per la rottura dello strallo poppiero. Condotta dal velaio tedesco Hans Beilken, costruita in Germania dai cantieri Abeking & Rasmussen era un rivoluzionario progetto dell’astro nascente degli architetti navali: l’americano Dick Carter. Le barche furono portate a La Spezia al Circolo di Marina. Mancavano gli equipaggi. All’arruolamento della ciurma pensò il dottor Gualtiero Corsi persona molto intelligente, lungimirante imprenditore, socio fondatore del Club Nautico di Marina di Carrara, amico “d’antan” sia dell’Ammiraglio che della signora Bulgari, ottimo timoniere e soprattutto conoscitore di uomini. Precettato d’ufficio da lì a sei mesi per tutti i sabati, le domeniche e le altre feste comandate, mi ritrovai, da quel sabato, sulla banchina spezzina assieme al “mito del mare”. Avevo già fatto regate, ma quello che vidi e provai in quei mesi, li porterò sempre con me, campassi mille anni. Pranzavamo e, a volte cenavamo dal vecchio Iseo a Porto Venere (l’antipasto di acciughe cotte nel limone condite con timo e olio, gli spaghetti al curry con muscoli e gamberetti così buoni e saporiti, non li ho più ritrovati).
Uscivamo da la Spezia la mattina e a mezzogiorno, come avevamo finito la manovra di ormeggio a Porto Venere, Iseo buttava la pasta. Provavamo dal mattino alla sera, ma, nonostante il cambio di equipaggi e timonieri, partenze e percorsi vari, “la lepre” si dimostrò veramente tale da subito. L’Ydra era più scattante e veloce del nuovissimo Paxos. Più “intelligente” nelle manovre di bordo, consentiva cambi di vele e virate, a conoscerla a fondo, in un tempo minore delle altre, tradizionali imbarcazioni. Tutte le volte che uscivamo convergevano sul luogo personaggi, giornalisti, equipaggi diversi ma assieme al dottor Corsi io rimanevo fisso. Straulino, e si sapeva da tempo, era sempre ad armeggiare sull’attrezzatura, a cominciare dall’albero. Dove lo volevi era sul bilancino a controllare la testa d’albero o a dondolarsi, verificando, da una crocetta all’altra; oppure lo trovavi con una cima in braccio, o sdraiato ad occhieggiare il funzionamento e lo scorrimento di una ”ferrovia” delle scotte, o chino sulle lande a regolare le sartie. Era rigoroso e pignolo con uomini e materiali, non lasciava mai nulla al caso.
Ricordo che un giorno non siamo usciti la mattina perché l’Armatrice e l’Ammiraglio dovevano incontrarsi con progettisti e velai. Arrivammo da Iseo all’ora di pranzo. Schierato a tavola c’era il “mondo della vela”: Olin e Rod Stephens, Dick Carter, Hans Beilken oltre la Signora e l’Ammiraglio. Straulino si alzò e mi si fece incontro, tremavo: “Hai mangiato?” mi chiese: “Sono a posto”, risposi. “Bene, vai sul Paxos e preparami il banzigo con pinze e un paio di cacciaviti”: ho capito, dissi fra me, questa mattina non ha ancora avuto modo di andare a salutare l’albero. Parco di parole e complimenti con tutti, quando ti lanciava un elogio lo prendevi come il superamento, “cum laude”, di un difficilissimo esame. Me ne fece due o tre. Partecipai anche, in diretta, alla inevitabile bocciatura di Paxos, da parte di un dispiaciutissimo Straulino, proprio d’abbasso alla stessa barca. Alla fine, a missione conclusa, il dott. Corsi volle sapere come mi ero comportato, durante una regata, in sua assenza: “Mah” risposi: “Né bene né male”.
“Datti un voto”: fece lui. “Sei meno”: replicai, sparì. Inaspettatamente lo vidi riapparire dalla tuga di Ydra: “Bravissimo, dall’otto e mezzo al nove, L’Ammiraglio e la Signora hanno detto che sei stato ineccepibile!”. Per poco non mi travolge dagli abbracci. Era un po’ anche la sua vittoria per avermi presentato. Inutile dire che Ydra si aggiudicò, nel ’73, la One Ton Cup contro una qualificatissima ed agguerrita pletora di barche ed equipaggi. Rividi un’ultima volta, al Club Nautico, sia Marina che Straulino che mi fecero una festa incredibile. In seguito appresi che un giornalista televisivo chiese all’Ammiraglio cosa ne pensasse della Coppa America e delle attuali barche: “Non mi piacciono!”, fu la risposta, che mi trovò d’accordissimo. Il tempo invecchia ogni cosa e la One Ton fu il canto del cigno di un Campione del mare e del vento, d’un Uomo e d’un Marinaio, che ho avuto la fortuna di conoscere, e di cui difficilmente ci sarà qualcuno che possa ricalcarne le orme.
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