Il dolore
Canti anarchici e palloncini per Irene
In mille ai funerali laici in piazza Battisti La musica di Dalla, De Andrè e gli Stones
CARRARA. Quando non ci sono le parole si trova la musica. I canti dell’anarchia, “Bella ciao”, Lucio Dalla, Battisti. De Andrè, Guccini e i Rolling Stones.
Quando non ci sono le parole si trovano i colori: quelli dei cento palloncini lanciati verso il cielo.
E se non ci sono parole per una ragazza di 19 anni, Irene Bellulovich, morta all’alba di sabato nel tragico schianto sul viale Zaccagna dove si sono spezzate altre tre giovani vite, ci sono le mani. I pugni alzati al cielo, gli applausi e gli abbracci. Per mamma Elena sono davvero tanti: «Siete una meraviglia, senza di voi non ce l’avrei fatta». Sono gli abbracci di tutti i ragazzi, gli amici di Irene, quelli che nel cuore della città, in piazza Battisti, hanno salutato l’amica con una festa piena di lacrime. Quelli che, fino alla fine non volevano lasciare andare via il carro funebre: continuavano a applaudire, sempre più forte. Perfino i vigili si sono fermati e hanno aspettato a bloccare il traffico.
È stata una festa piena di lacrime quella dedicata a Irene. Un migliaio di persone si è ritrovato in piazza, per il funerale laico della diciannovenne che sognava di cambiare il mondo e di arrampicarsi sugli alberi, sempre più in alto.
Ci sono le parole, ma sono appese sui muri.
«Ciao Fu», uno striscione per la ragazza che danzava sulle funi. «Se potessi far tornare indietro il mondo, farei tornare senz’altro te. Cia Iri». Altre parole scritte in un lenzuolo.
«Canto, per chi non ha fortuna. Canto per me. Canto per rabbia questa luna»: le parole sono canzone, sono il canto anarchico, la “canzone arrabbiata” a accompagnare l’ingresso del carro funebre in piazza Battisti.
La bara bianca rimane sempre all’interno: come se Irene fosse ancora fuori, insieme agli amici.
Fuori c’è la musica. Quella che Irene amava tanto. C’è la disperazione dei giovani, che piangono forte, come i bambini. E si abbracciano stretti, come gli adulti. Ci sono tante treccine, e le scarpe nere, grosse, quelle che anche Irene amava tanto, in mezzo alle canotte con le spalline fini e le bandiere dell’anarchia.
Nessun discorso. Nessuna orazione funebre. Nessun ricordo consumato in pubblico. Le parole proprio non ci sono. Ci sono invece le “istituzioni” il sindaco Francesco De Pasquale senza fascia, il presidente del consiglio comunale, la giunta quasi al completo confusa in mezzo a un mare di ragazzi, di amici e di parenti.
Ci sono i pugni alzati e dalle casse piazzate proprio davanti al teatro dopo il volo dei palloncini si accende la musica. C’è Lucio Dalla e la sua struggente “L’anno che verrà” che accarezza il cuore.
Non ci sono le parole ma la musica racconta Irene, il suo mondo, i suoi sogni. De Andrè canta “Via del campo”, Lucio Battisti “Il mio canto libero”.
C’è il rock di Irene, “Paint inblack” quello dei Rolling Stones, che è anche quello di tanti amici, più grandi, che sono in piazza per lei.
Non ci sono parole ma ci sono, alla fine quegli applausi disperati: quelli che non vorrebbero fare andare più via il carro funebre e la bara bianca di Irene che tutti accarezzano dal vetro e su cui in molti hanno deposto un fiore, rosso, come il colore dell’anarchia.
È un pomeriggio senza parole, con le serrande abbassate e le finestre chiuse quello dell’addio a Irene. Una comunità che si stringe nel cordoglio e nel lutto. Una città che porta ancora impresse le ferite per una strage che all’alba di sabato, ha visto morire quattro giovani, in macchina, contro un muro.
Irene era la nipote adorata di Claudio Figaia, vicecaposervizio del Tirreno, al fianco del quale lavoriamo da tanti anni, in redazione. Le parole sono sempre difficili da trovare di fronte al dolore, in occasioni come queste che si seguono per la cronaca. Lo sono ancora di più se il dolore - grande da lasciare senza parole - tocca così da vicino un collega, ma soprattutto un grande amico.
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