Il dolore
Giubilaro: «Santucci ha bizzarre opinioni»
Il procuratore al vescovo: «In uno stato di diritto si procede contro chiunque, anche verso alti rappresentanti del clero»
MASSA. «Stupore» per le parole del vescovo Giovanni Santucci. Meno duro nelle dichiarazioni, altrettanto chiaro nei contenuti, il procuratore Aldo Giubilaro replica alla conferenza stampa tenuta giovedì scorso dal prelato riguardo al suo coinvolgimento nel processo don Euro.
Si dice, o meglio scrive, di essere stupito Giubilaro, dal momento che «in ogni occasione non ha mancato di informare doverosamente l’opinione pubblica su una vicenda giudiziaria che da sé sola e senza necessità dell’intervento di chicchessia è stata di rilevante interesse pubblico e per sua natura portata a essere enfatizzata». Insomma: un prete, festini, droga, escort uomini, soldi truffati ai fedeli. Bastava già così senza bisogno di vescovi, dice in sostanza Giubilaro seppure con più garbo istituzionale.
«Riguardo al ruolo dello stesso monsignore si è trattato di evidenziare la marginalità del suo ruolo, delimitando la sua implicazione nell’indagine entro gli ambiti circoscritti e del tutto secondari rispetto al coindagato Morini e così evitando facili e suggestive commistioni con quanto addebitato a quest’ultimo». Un modo per dire insomma che non lo ha gettato in pasto alla stampa.
Giubilaro infatti ricorda a Santucci che è stato lui stesso a non volere rendere dichiarazioni all’ufficio sui fatti contestati e che «in ogni caso il giudice dell’udienza preliminare ha disposto il rinvio a giudizio a monsignor Santucci in ordine a tutte e due le imputazioni che gli vengono mosse, a dimostrazione del corretto accertamento dei fatti e della fondatezza delle conseguenti scelte di diritto».
Non avrebbe comunque fatto sconti, dice Giubilaro. «In uno stato di diritto c’è l’obbligo di procedere nei confronti di chiunque a prescindere dalla qualifica personale o dalla pur encomiabile attività normalmente svolta, rappresentanti del clero anche ai più alti livelli compresi. Quest’ufficio non poteva e non può esimersi dallo svolgere accertamenti e adottare le determinazioni del caso anche nei confronti di Santucci, ben al di là della bizzarra opinione di essere stato “tirato dentro per dare evidenza al caso e giustificare le scelte della procura”».
«L’obbligo della segretezza delle indagini non permetteva che Santucci venisse informato della loro esistenza, come dallo stesso monsignore impropriamente lamentato e che lo stesso ne è stato posto a conoscenza non appena consentito dalle disposizioni di legge».
E conclude così, a tenere chiara la distinzione del ruolo professionale dal resto: «Le valutazioni espresse su monsignor Santucci sono strettamente circoscritte all’ambito giudiziario penale che lo riguarda: ambito al quale è del tutto estraneo il ruolo pastorale ricoperto nei confronti dei sacerdoti della sua diocesi così come la scelta di procurare a Morini una dimora per una “vita dignitosa” ben due anni prima del sequestro, per iniziativa di questa procura, del suo patrimonio». Una stoccata a chiudere. Santucci, a differenza di quanto da lui dichiarato, diede una casa a Morini quando ancora lui aveva un bel patrimonio a disposizione . Addirittura «tre volte quello della curia» disse il vescovo in conferenza stampa. Il veleno in coda, dicevano i latini.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google