Sicurezza
«Nessun ricatto, la casa per don Euro era un mio dovere»
Monsignor Santucci: come vescovo dovevo garantirgli una vita dignitosa e un tetto. Sapevo delle intercettazioni
MASSA. Il vescovo Giovanni Santucci rompe il suo silenzio sul caso don Euro che lo vede rinviato a giudizio, respinge tutte le accuse, le rimanda al mittente e rincara: «Mi hanno tirato dentro per dare più visibilità a questo processo. Sono sereno, le accuse cadranno tutte».
Da mesi si attendeva un suo intervento e stavolta, in una conferenza stampa convocata in Curia, il vescovo Santucci ha aperto i rubinetti del racconto. E dentro le tubature c’era acqua abbastanza da mandare sott’acqua un appartamento.
“Appartamento”: una delle parole chiave di questa inchiesta. Cinquantaquattro metri quadrati in periferia di Massa, acquistati dalla Curia per sistemare don Morini dopo la sua rinuncia al sacerdozio. Un Morini travolto dall’inchiesta e dallo scandalo mediatico, che dalle pagine dei giornali locali ha fatto poca fatica ad arrampicarsi su in alto fino alle emittenti nazionali. Affacciandosi in prima serata alle Iene su Italia 1.
«La casa l’abbiamo comprata perché pensavamo fosse la migliore delle opzioni: altrimenti avremmo dovuto affittarla. Quando don Luca non la utilizzerà rimarrà una proprietà nostra», sostiene il vescovo. Ma perché acquistare una casa a un prete chiacchierato, a dir poco, e in odore di aver truffato e raggirato fedeli, amici della chiesa e contributori occasionali? Dietro c’è chi sente puzza di ricatto, di segreti inconfessabili chiusi a doppia mandata in una cassetto segreto del prete che amava dormire con gli escort.
Per Santucci la spiegazione è molto più semplice. Etica e legata al suo ruolo contemporaneamente. «Secondo il codice di diritto canonico il sacerdote che lascia il servizio pastorale ha comunque diritto a una vita dignitosa e un luogo per abitare. E chi deve provvedere a questi bisogni è il suo vescovo. Così comprare c’è sembrato meno assurdo di continuare a pagare un affitto».
E però don Morini parla tanto al telefono, intercettato dagli inquirenti. Minaccia di svelare, fa riferimenti a un dossier, chiede soldi. E ancora adesso continua a vivere nell’appartamento acquistato. «Di recente la Congregazione della fede si è espressa, riducendolo allo stato laicale. Ora bisogna capire cosa vogliamo fare: possiamo mandarlo via e che si cerchi un altro appartamento. Oppure lasciarlo lì ma in affitto, trattandolo a questo punto come un normale affittuario».
Il prete che chiede, pretende soldi, è liquidato così. Un chiacchierone con qualche tendenza all’esagerazione drammatica. «Non è nuovo a questo tipo di ragionamenti, bisogna conoscerlo», chiosa il vescovo. I “ragionamenti” dalle intercettazioni sembrano più insistenti richieste, condossier (vero o falso) alla mano. «Del dossier ne ha parlato tante volte, io non l’ho mai visto. Lui si riferisce ai tempi del seminario, a cose del passato. Se tu dici a qualcuno “quando eri in seminario hai fatto questo e quell’altro” non si sa bene a cosa si arriva. Sono cose del passato, da non approfondire: lui cerca sicurezza». Non si può dire che non l’abbia trovata nel vescovo, che alle sue richieste fino a un certo punto dice sempre sì. «Per dovere di padre e fratello», come rivendica da pastore d’anime.
E a chi gli chiede come mai alla procura quelle richieste siano sembrati ricatti, il vescovo risponde: «Lui mi chiamava e mi domandava delle cose. Io sapevo di essere intercettato, ma non mi importava. Ma ho fatto come un figliolo quando fa i capricci». Certo sorprende che Santucci sapesse di essere intercettato. A domanda precisa, navigato, risponde: «Massa è un paese piccolo, sono poche le cose che non si sanno».
Insomma Morini è un’anima smarrita, «che ha sbagliato, questo è sicuro. Io nel tempo del suo smarrimento lo ascolto, lo vado a trovare, lo aiuto a vivere. Siamo umani, degli errori sono stati commessi. Ma ho fiducia che nel processo tutto emergerà con chiarezza, sarà smontata ogni accusa. Anche perché basate su fatti non veri». (l.r.d.)
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