Sicurezza
«Di lavoro non si deve più morire»
Grande partecipazione e 400 giovani all’iniziativa di Anmil. Proiettato il docufilm di Galvani “Qualcosa cambierà”
CARRARA. Di lavoro non si può morire. Per promuovere una migliore consapevolezza sul tema della sicurezza l’Anmil (Associazione nazionale per lavoratori mutilati e invalidi sul lavoro) ha presentato al cinema Garibaldi il docufilm “Qualcosa cambierà” di Bruno Galvani. Al dibattito hanno partecipato il sottosegretario Cosimo Ferri, il presidente territoriale Anmil Paolo Bruschi, il sindaco di Carrara Francesco de Pasquale, il prefetto di Massa-Carrara Enrico Ricci, il presidente regionale Anmil Vincenzo Municchi, il giudice Paolo Puzone, il direttore Inail Massa-Carrara Lucca Gianni Lorenzini. In platea sedevano più di 400 ragazzi di diversi istituti: il polo artistico Artemisia Gentileschi, (Gentileschi, Palma e Tacca), i licei Barsanti, Fermi, Meucci di Massa, l’istituto alberghiero G. Minuto di Massa, liceo Montessori-Repetti di Carrara, l’istituto tecnico Zaccagna di Carrara.
Galvani ha attraversato in carrozzina 39 città d’Italia legate a infortuni sul lavoro, percorrendo ben 5mila chilometri in 51 giorni. «Racconto due storie, una è collettiva, l’altra è la mia: avevo 17 anni quando un carro elevatore che stavo manovrando al lavoro si ribaltò e mi ferì gravemente. Ho trascorso un anno e mezzo in ospedale. Un giorno mi sono guardato allo specchio e mi sono chiesto: perché vergognarmi? Io non sono la mia disabilità». Le immagini, durissime, aprono uno squarcio nella coscienza: sullo schermo sfilano l’Ilva di Taranto, il rogo di Torino, lo stabilimento della Eternit di Casale e Monferrato, il traghetto Moby Prince avvolto dalle fiamme. Nessuna retorica, solo le storie, i corpi e le voci dei familiari e dei sopravvissuti. Compare anche Carrara: «Quella tappa è stata molto bella – ha dichiarato Galvani – abbiamo raccolto delle testimonianze anche in loco, senza però includerle. Siamo arrivati nel 2016, un anno particolarmente duro». Almeno quattro persone morirono in cava, due sotto la terribile frana del 14 aprile. «Mi ha colpito la maestosità delle cave, mi ha subito fatto pensare a Sepùlveda, che dopo la visita in Toscana scrisse: “A me non importa decisamente nulla degli eroi vittoriosi. A me non importa decisamente nulla degli eroi di marmo. Ma m’importa dei cavatori”».
«Le morti sul lavoro vanno viste nel contesto di una crisi economica terribile – ha commentato Bruschi – in cui gli imprenditori non hanno più investito nell’acquisto di nuovi macchinari o in manutenzione. La maggior parte delle aziende è sicura che non riceverà mai la visita di un ispettore del lavoro. Chiederemo al governo che si formerà che la sicurezza sia al primo punto della loro agenda».
Perché parlare di tutto questo ai ragazzi? «L’Anmil è stata la prima organizzazione a capire l’importanza di diffondere la cultura della sicurezza tra i giovanissimi – ha spiegato Bruschi – il 10 ottobre 2017 abbiamo firmato un protocollo d’intesa col Miur per la promozione della prevenzione nelle scuole». I giovani sono esposti non solo a rischi, ma anche a gravi ingiustizie: «Se un giovane muore sul lavoro, benché sia assicurato e versi regolarmente i contributi, l’Inail corrisponderà alla madre solo le spese funerarie, a meno che lui non abbia i genitori a carico», spiega il presidente onorario dell’associazione Michele Secchiari. Sembra incredibile, ma è quanto prevede la legge 1124 del 1965 che ancora oggi regola le assicurazioni per infortuni e morti sul lavoro. «La norma andrebbe aggiornata – prosegue Secchiari –Mi domando perché nessuno si occupi di questa grave falla normativa». Secchiari aveva solo 26 anni quando perse la gamba destra in cava: «La pietra mi schiacciò, frantumando l’osso; non sentii alcun dolore all’inizio, solo il calore del sangue». Oggi ha 85 anni.
Episodi come questo devastano completamente la vita delle vittime.
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