Sicurezza
Brugiana, i 33 anni di vita della comunità
Il fondatore Adriano Cacciatore racconta la sua esperienza, dalla creazione del centro ad oggi
MASSA. La strada da percorrere per arrivarci è sterrata e senza alcuna indicazione. Dal centro città ci vogliono 30 minuti per raggiungere la Comunità Monte Brugiana, ma in quel tratto tutto cambia.
Il tutto è nato dal nulla, come mostra orgoglioso dalle foto, Adriano Cacciatore, 80 anni, ideatore e responsabile del centro terapeutico per il sostegno di persone ex tossicodipendenti. Le foto testimoniano quel nulla «di cui spesso non abbiamo la dimensione»- spiega. Mosso dalla religione, alla domanda se quel tutto l’ha creato grazie alla fede in Dio, replica sorridendo: «Avere fede significa non avere la sicurezza del riuscire, io mi sono limitato ad abbandonarmi alle certezze». Nel 1983 insieme ad altre quattro persone, fra le quali Concetta Pesce, inizia i lavori per la costruzione del centro sul monte Brugiana. Ad Trova solo una vecchia cava abbandonata e una capanna. La prima base della comunità sarà un container di piccole dimensioni, poi, nel 1985 una decina di persone si trasferiscono in quello che sarebbe stato l’embrione del progetto. Oggi la comunità è a tutti gli effetti una società alternativa, nella quale pane, pasta, salumi, latte e verdure, vengono autoprodotti dalle centinaia di persone che vivono in quell’angolo di mondo. I materiali per realizzare appartamenti, sala da pranzo, campo da basket, cinema, laboratorio di ceramiche, officine sono stati recuperati grazie alle donazioni e all’abitudine di passare al setaccio le discariche. Tutto ciò che viene prodotto non viene venduto e il soldo non è un ospite gradito all’interno comunità: «È stata una scelta per evitare che si creassero disuguaglianze, ma sappiamo che se ci dovesse essere bisogno di soldi potremmo attingere alle nostre risorse». Unica comunità in Toscana che rifiuta il sostegno di stupefacenti, come il metadone, per aiutare gli ex tossicodipendenti, il percorso per entrarvi è attraverso il Sert che copre economicamente un tot di mesi di terapia. Per i mesi o gli anni seguenti, la Comunità si fa “carico” delle persone.
Sono molte quelle che decidono di restare, contribuire e promuovere il progetto. Contribuisce e collabora anche Galeano Fruzzetti che alla comunità è affezionato dedito. All’interno del centro vivono uomini, donne e bambini con storie difficili. Come gestire così tante persone in situazioni complesse? «Si risolve il problema adesso e qui – risponde Adriano – Il senso della comunità è che non siamo soli. Il centro di tutto è riscoprire se stessi, accettando i pregi e migliorando i difetti». Tra gli anni più difficili il 1994, durante il quale ci furono molte morti per Aids. «Ma è stato un anno importante per la comunità – continua Cacciatore – perché ha permesso la presa di coscienza che la vita è una cosa seria». A giugno il centro compie 33 anni di vita, una ricorrenza che le cuoche della comunità si apprestano a festeggiare con un grande pranzo. «Le grandi quantità – raccontano – non ci spaventano. Anzi, a cucinare per tante persone riusciamo meglio». La comunità che «si fonda sull’errore» è un’eccellenza riconosciuta a livello nazionale. Un’eccezione possibile «non solo grazie a me – continua Cacciatore – ma grazie alla collaborazione fra le persone. Non diciamo che le persone smetteranno di drogarsi, ma creiamo le condizioni affinché ricominciare non sia più appetibile».
Camilla Palagi
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