Sicurezza
Massa, sì agli appartamenti nelle ex colonie
Il consiglio approva il 25% destinato al residenziale. Ma per il via libera serviranno specifici progetti di riqualificazione
MASSA. Il consiglio comunale dice sì, si può fare. Nelle colonie, gioielli architettonici del litorale, simbolo delle politiche giovanili fasciste e insieme della ricostruzione del dopoguerra, esempio di razionalismo puro, le case si possono fare. Il residenziale - per parlare in termini più tecnici - è ammesso. Il via libera agli appartamenti arriva ieri mattina e con un obbiettivo dichiarato: rendere il recupero degli edifici economicamente appetibile. Far sì che chi le colonie già le possiede o potrebbe comprarle trovi vantaggioso mettervi mano. Un sì alle case, quindi, ma non incondizionato - spiega il sindaco - perché la finalità del Regolamento urbanistico è chiara: recuperare le colonie ad una destinazione turistica senza aumentare le volumetrie. Alberghi, resort, strutture ricettive e una percentuale di residenziale. Percentuale, appunto, perché il consiglio comunale dei paletti - e non troppo piccoli - li mette eccome. Stabilisce infatti che in ciascuna colonia la quota di residenziale non superi il tetto massimo del 25% della superficie utile lorda (Sul). Almeno il 50% di quella stessa superficie deve puntare invece alla ricettività in ogni sua forma. Non serve la mente di Einstein per capire che rimane una percentuale destinabile ad altro, a tutte quelle attività - come le definisce il sindaco Alessandro Volpi - collaterali all’esercizio alberghiero. Dalla farmacia, alla parrucchiera. Comunque a servizio dell’attività ricettiva nelle colonie.
Non solo: la soglia del 25 è soglia massima, quella del 50 è, invece, soglia minima. Nulla toglie, quindi, - anche se è difficile ipotizzarlo - che qualcuno decida di realizzare strutture al 100% turistiche o valuti comunque di ridurre il residenziale a favore dell’alberghiero. Ma le condizioni fissate dal Regolamento e votate dal consiglio non si esauriscono nella definizione delle percentuali. La partita colonie, infatti, non è ancora chiusa e non soltanto perché, votate osservazioni e controdeduzioni, il consiglio dovrà esprimersi sull’intero Regolamento, ma anche perché, prima di passare ai cantieri, i proprietari della colonie dovranno definire - e sottoporre alla votazione consiliare - i piani attuativi. Fuori dai tecnicismi, dovranno presentare un progetto che disegni, nei dettagli, il recupero degli edifici, le modalità e i tempi di esecuzione. È in quei progetti, di iniziativa privata, che si definiranno le percentuali esatte del residenziale in ciascuna colonia e si valuteranno gli interventi di recupero. Non solo, quei piani metteranno nero su bianco anche gli interventi di perequazione. Perché - così prevede il regolamento - il Comune consente di recuperare le colonie, ma chiede in cambio (ecco la perequazione) una serie di lavori per la riqualificazione di tutta l’area in cui le colonie sorgono. Dalla viabilità alle aree verdi.
Una complessivo recupero di un tratto di litorale in cui insistono edifici di grande valore storico. Operazioni di ristrutturazione e riorganizzazione per migliaia di metri quadrati. Con la speranza che il sì del consiglio - sempre che segua il voto favorevole all’intero regolamento - possa essere la precondizione per intercettare i finanziamenti del privato. Una opportunità e una grande sfida che dovrà vedere l’amministrazione e gli investitori impegnati nel tentativo di intercettare flussi turistici e dare a tutta la porzione di litorale interessata un comune tratto distintivo, una identità che passa anche attraverso la convivenza tra le eventuali strutture alberghiere nelle colonie e i campeggi che da quelle colonie distano soltanto qualche metro. Una convivenza che - il sindaco Volpi ne è convinto - è possibile visto che lo stesso «regolamento urbanistico, nelle more dei Pac (piani specifici ndr), consente già azioni di riqualificazione dei campeggi». E sul recupero delle colonie il sindaco ribadisce che «adesso chi volesse investire, gli strumenti ce li ha». Nessuna alibi per l’immobilismo.
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