Il Tirreno

«Mio marito carabiniere non mi ha maltrattato»

di Alessandra Vivoli

Colpo di scena davanti al giudice, la moglie di uno dei militari sott’accusa ritratta quanto emerso dalle intercettazioni. «Mi ha tradito, volevo soltanto vendicarmi» 

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CARRARA. Nessuna violenza. Nessun maltrattamento in famiglia. Si era inventata tutto per vendicarsi di un tradimento del marito. Per procurarsi delle prove nel caso lui avesse voluto lasciarla.

Colpo di scena e una testimonianza choc quella di ieri in tribunale, nell’ambito dell’udienza preliminare a carico di 31 carabinieri di varie caserme della Lunigiana.

Uno dei militari coinvolti è finito sotto accusa per maltrattamenti in famiglia e a essere sentita davanti al giudice Fabrizio Garofalo è stata proprio la presunta vittima di tale violenza, la moglie del carabiniere.

La donna è stata sentita a lungo (a porte chiuse) e ha dato, per la prima volta, la sua versione dei fatti, completamente differente rispetto a quella finita nel faldone della Procura attraverso le varie intercettazioni ambientali.

Nessuna violenza psicologica, nessuna violenza fisica. La versione della donna è stata quella di una moglie tradita che, per vendetta avrebbe inventato tutto. Per costruirsi delle prove nel caso il marito l’avesse lasciata.

Questo quello che la signora ha riferito al giudice Garofalo e al procuratore capo Aldo Giubilaro.

Nel faldone dell’inchiesta si parlava di offese, e addirittura di uno schiaffone per cui la donna era finita al Pronto soccorso. La signora ha spiegato e fatto luce, dando la sua ricostruzione dei fatti, anche su questo episodio: ha parlato di un ceffone sì, ma che le avrebbe dato per reazione la suocera, a fronte dei suoi pesanti insulti nei confronti del marito dell’una nonché figlio dell’altra donna. Insomma tutti gli episodi contestati dall’accusa (il reato da cui deve difendersi il militare è quello in riferimento all’articolo 572 del codice penale) sono stati smontati da quella che secondo l’accusa era la presunta vittima.

L’inchiesta. Una maxi inchiesta sulle caserme della Lunigiana condotta dal procuratore capo Aldo Giubilaro con i sostituti procuratori Alessia Iacopini e Marco Mansi. Oltre 180 capi di imputazione che vanno dalla violenza privata, alla violenza sessuale, alla corruzione, ai maltrattamenti in famiglia.

Tutto ha preso le mosse dalla denuncia di un magrebino, Un episodio ancora tutto da chiarire (dal giudice di Pace) che ha comunque avrebbe spinto la Procura a mettere sotto la lente le caserme della Lunigiana. Da qui mesi e mesi di lavoro e una indagine che ha scosso le caserme lunigianesi dalle fondamenta.

I militari iscritti nel registro degli indagati, che adesso si trovano davanti al giudice delle udienze preliminari, devono rispondere a vario titolo di soprusi, pestaggi, falsificazioni di atti, intimidazioni, violenza aggravata, privata e sessuale nei confronti di extracomunitari fermati e accompagnati in caserma. Secondo l’accusa, gli stranieri una volta capitati nelle mani dei militari di stanza a Aulla, Licciana e Pontremoli, erano sottoposti ad autentiche vessazioni. Una denuncia alla quale ne sono seguite altre e che ha fatto scoppiare lo scandalo.

Nel maxi faldone dell’accusa ci sono centinia di intercettazioni ambientali e telefoniche che rivelano racconti di pattugliamenti saltati, percosse, minacce. Insomma è una pagina nera quella ricostruita dal lungo e meticoloso lavoro della Procura.

Il processo è stato rinviato al prossimo 18 aprile.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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