Il Tirreno

Per il traffico di droga confermati i tredici anni

Per il traffico di droga confermati i tredici anni

La Cassazione: inammissibile il ricorso dell’imprenditore Antonio Dal Cielo Venne arrestato a Sarzana, in primo grado aveva avuto 17 anni

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SARZANA. La Cassazione ha confermato la condanna a 13 anni e 60mila euro di multa per l’imprenditore sarzanese di 57 anni Antonio Del Cielo, per una vicenda di traffico di droga. Dal Cielo era difeso dall’avvocato Antonio Maio, il pm Alfredo Pompeo Viola aveva concluso la sua requisitoria chiedendo l’inammissibilità del ricorso; ricorso che era finalizzato ad annullare la sentenza della Corte d’Appello. Da segnalare che la Corte di Appello di Genova aveva ridotto la condanna di primo grado, che era stata a 17 anni, perché aveva escluso le aggravanti.

Ricordiamo che Dal Cielo fu arrestato 8 anni fa a Sarzana, ad aprile, e nell’occasione emerse che le indagini sul ricatto all’allora governatore della Regione Lazio Piero Marrazzo (il caso del video-scandalo) erano partite prorpio da un’intercettazione telefonica all’utenza del cinquantenne sarzanese, all’epoca monitorata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze nell’ambito di una maxi inchiesta internazionale sui traffici di droga dalla Colombia all’Italia.

In primo grado, per due episodi di spaccio, aveva avuto come detto 17 anni, 9 mesi e 10 giorno; risultò invece del tutto estraneo alle vicende romane legate al caso Marrazzo. Il sarzanese in primo grado fu ritenuto responsabile di due episodi distinti: in uno, furono sequestrati 50 grammi di coca; il secondo, per il quantitativo monstre di 25 chili di cocaina, gli fu attribuito sulla base di sue dichiarazioni. La condanna esemplare era legata al suo presunto ruolo di terminale italiano di un cartello colombiano di produttori e trafficanti di cocaina.

In particolare nel ricorso l’avvocato di Dal Cielo aveva lamentato che la Corte d’Appello non avesse dato adeguata risposta alle deduzioni svolte con i motivi di appello e non avesse considerato che le iniziali dichiarazioni autoaccusatorie rese dall'imputato erano state seguite da una ritrattazione che, a suo avviso, non era stata adeguatamente valutata dalla Corte; si ricorda che Dal Cielo aveva anche fatto uno scopero della fame. In merito alle intercettazioni telefoniche, secondo la difesa non identificavano con certezza l'imputato. E sarebbero state assenti le perizie foniche a suo avviso necessarie in questo caso. Secondo la Suprema Corte però il ricorso è inammissibile. Tutta l'impugnazione, si fa notare, si caratterizza per la riproposizione di temi e prospettazioni di mero fatto, come tali non valutabili in sede di legittimità, «tutti tra l'altro esaminati e compiutamente confutati nella motivazione della sentenza appellata». I giudici osservano che la Corte d’Appello ha adeguatamente valutato la ritrattazione delle precedenti dichiarazioni autoaccusatorie rese dall'imputato con un giudizio approfondito che ha tenuto conto sia del fatto che non vi erano indicazioni tali da far presumere fondatamente che la confessione potesse essere stata determinata dalla pressione derivante dall'inserimento in ambiente carcerario sia della circostanza che le dichiarazioni del Dal Cielo si presentavano con caratteri di spiccato dettaglio e precisione sia, infine, che le stesse risultavano inserite in un quadro probatorio che oggettivamente indicava l'imputato come inserito nel traffico di stupefacenti. E per le telefonate, i giudici della Cassazione annotano che lo stesso imputato aveva riconosciuto di essere l'interlocutore di quelle intercettazioni, e poi la riferibilità al Dal Cielo delle utenze intercettate era oggettivamente dimostrata anche dal ritrovamento di alcune schede telefoniche oggetto di intercettazione in casa dell'imputato e dalle "estensioni" delle utenze sottoposte ad intercettazione ad altre sulla base delle acquisizioni di indagine vota a volta ottenute.Non solo: oltre alla confessione dell’imputato, le indagini di polizia giudiziaria avevano riscontrato quanto indicato da Dal Cielo, specie in merito ad una telefonata con la quale l'imputato aveva contattato tale "Carlos" informandolo della disponibilità di stupefacente e ad un incontro a La Spezia, dopo un accordo sul prezzo di cessione della droga, con una donna indicata dallo stesso "Carlos" nel corso del quale Dal Cielo, con la presenza di un agente sotto copertura che aveva confermato le relative circostanze, aveva proposto l'acquisto di 50 grammi di cocaina , aveva pagato il corrispettivo di 1.500,00 euro ed era stata trovata poi in possesso, al rientro a Genova, di circa 57 grammi di cocaina, evidentemente - scrivono i giudici - quelli consegnati a lei dall'imputato.

Insomma, ricorso inammissibile, condanna confermata a 13 anni e 60mila euro; dovrà anche pagare le spese processuali e 2mila euro alla cassa delle ammende.

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