Il Tirreno

Alla scoperta di Like marble-like

Alla scoperta di Like marble-like

La mostra è in corso al Cap, domani il dibattito con Cristina Baldacci

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CARRARA. Gli Archivi e il loro uso da parte degli artisti e la residenza d’artista sono due temi di grande attualità nella riflessione teorica sul contemporaneo che si sono concretizzati in occasione della mostra Like marble-like di Parasite 2.0, inaugurata lo scorso 3 marzo al Cap, il Centro arti plastiche.

Invitati da Arteco, l’associazione torinese vincitrice del bando di residenza lanciato dal Comune di Carrara lo scorso autunno, Parasite 2.0, giovani promesse dell’architettura italiana con all’attivo il premio Yap del Maxxi e la partecipazione a due biennali di Venezia, hanno scelto di confrontarsi con l’Archivio Lazzerini. L’esposizione dedicata alla dinastia di scultori carraresi, curata da Luisa Passeggia all’interno dello stesso museo, è diventata il punto di partenza per instaurare un dialogo tra il passato e una contemporaneità che si fa anticipatrice del futuro.

«Una delle cose che ci ha colpito di Carrara-spiega Luca Marullo di Parasite 2.0- è stata la polvere di marmo all’interno dei laboratori di scultura che abbiamo visitato durante la residenza in città».

Ma non c’è polvere nel laboratorio del futuro che il collettivo di architetti ha immaginato per il Cap: quello che si presenta allo spettatore è un luogo asettico, in cui prevalgono il bianco e l’azzurro elettrico, che ospita tubi al neon, specchi, legno, cartone ondulato, elementi modulari in marmo e un set fotografico per la realizzazione dei campionari di vendita, ma il marmo non è più protagonista perché è quasi esaurito e se ne impiega una minima parte.

“Like marble-like”, la mostra curata da Beatrice Zanelli, sembra a prima vista un racconto distopico che lascia, però, ancora qualche speranza.

Il percorso segue una circolarità: si parte dalla visione di un antico laboratorio, quello delle foto d’epoca che giganteggiano nell’allestimento della mostra sui Lazzerini, per giungere all’installazione degli architetti milanesi. Il marmo diventa un ricordo, evocato dalle sue imitazioni, ma non scompare del tutto e il suo impiego in mosaici e in elementi modulari , autentici lavori di design, mescolato a elementi in finto marmo, invita il fruitore a riflettere sui concetti di natura e artificio.

In un itinerario che dall’Ottocento ci catapulta in un imprecisato futuro niente è per sempre perduto e ai laboratori spetta il compito di passare il testimone, individuando nella padronanza tecnico-artigianale una forza rigeneratrice per un’intera comunità che si è dedicata per secoli alla conoscenza di un singolo materiale.

La mostra avrà anche un momento “performativo” nelle giornate del workshop (dal 10 al 14 aprile ) nel quale i partecipanti saranno invitati a manipolare e interagire con l’allestimento, oltre che un nutrito programma di eventi collaterali che si svolgeranno al CAP nei fine settimana.

E domani, sabato 10 marzo alle 15.30 l’Archivio, tema della residenza d’artista, sarà oggetto di un approfondito dibattito con Cristina Baldacci autrice di Archivi impossibili. Un’ossessione dell’arte contemporanea edito da Johan & Levi. Il volume della studiosa, come si spiega in una nota, ricompone il ricco mosaico di ruoli, significati e rilevanza dell’archivio come nuovo genere dell’arte, dove “collezionare” e “archiviare” sono gesti cruciali e il fare arte si esprime sempre più spesso come appropriazione, postproduzione, montaggio e remix.

(r.c.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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