Il dolore
Indotto Pignone, spettro di altri esuberi
Sciopero e manifestazione dopo l’annuncio dei nove licenziamenti alla Vivaldi e Cardino: «Ma qualcuno fa gli straordinari»
CARRARA. Potrebbero aumentare i licenziamenti alla Vivaldi e Cardino srl rispetto ai nove comunicati inizialmente dall’azienda dell’indotto del Nuovo Pignone; i lavoratori parlano di una dozzina di esuberi, numero che ha iniziato a diffondersi a seguito della prima assemblea con presidio di alcuni giorni fa. Ma i sindacati non confermano ed attendono l’apertura formale della procedura di licenziamento collettivo comunicata dall’azienda mercoledì scorso. Ed è questione di ore, ormai, perché arrivi la lettera ufficiale. Nel frattempo, i sindacati e i lavoratori sono tornati a scioperare due ore, ieri mattina, con un presidio di fronte all’ingresso dello yard di viale Zaccagna, iniziativa estesa a tutte le ditte dell’indotto. Fischietti in bocca, cartelli, bandiere di Fim Cisl, Fiom Cgil e Uil, un centinaio di operai di Vivaldi e Cardino, Logistics & painting, BCube, Fc imballaggi, Oma spa hanno manifestato per la dignità dei lavoratori: «Noi non siamo numeri», «Sfruttati, licenziati, basta» recitavano alcuni cartelloni. E poi lo striscione «Oggi a noi, domani…?» forse il più significativo perché come dicono i sindacati di categoria «si stanno rendendo conto che se oggi il problema è della Vivaldi e Cardino, domani potrebbe toccare a chiunque».
Per questo è ancora maggiore la soddisfazione delle segreterie sindacali per «un’adesione importante in una realtà come questa dove coinvolgere gli operai non è facile».
Un’ulteriore iniziativa sarà programmata per venerdì, ma Michele Folloni (Fim Cisl), Luisa Pietrini (Fiom Cgil) e Giancarlo Leorin (Uilm) ancora non si sbilanciano e si lasciano sfuggire solo un «sarà un crescendo, cercheremo di coinvolgere più lavoratori possibile perché la situazione riguarda l’intero indotto del Nuovo Pignone».
Le attività della Vivaldi e Cardino le svolgono poche altre imprese: lì gli operai preservano i contatti elettrici, gli ingranaggi, le parti meccaniche dei mega moduli con prodotti anti-umidità ottenendo le certificazioni necessarie al completamento delle enormi strutture. Un modulo destinato al giacimento petrolifero di Tengiz, in Kazakistan (il terzo progetto dopo Gorgon e Zadco) sarebbe dovuto partire a fine dicembre, invece è ancora in cantiere.
Fabio Montani ha 49 anni, vive in affitto, aiuta la mamma che riceve la pensione minima e non capisce come «un indotto di tale portata, circa 700 operai, sia così in difficoltà: licenziano le persone però vogliono gli straordinari». Tra i lavoratori ci sono anche i giovani come Cristian Zanantonio, 28 anni, che contava di aver trovato sicurezza e quel posto fisso che gli avrebbe permesso di mantenere con molta tranquillità la bimba di soli due anni e mezzo. «È un dramma e mi sento addosso la responsabilità dei licenziamenti di questi ragazzi» ha riferito Renzo Puntelli, Rsu-Rls Fiom Cgil che di vertenze lavorative alle spalle ne ha già due, Italcementi e Fermet Servizi con tanto di sciopero della fame e diverse notti passate all’interno dello stabilimento.
«Mi manca un anno e mezzo alla pensione e ho creduto di aver trovato la stabilità – continua – ci vorrebbe la volontà da parte dell’azienda di aprire un tavolo, è difficile però vale la pena provarci per i colleghi che hanno famiglia e che vorrebbero sposarsi».
Poi fa un quadro di quanto avviene allo yard di Avenza: «Sabato mattina il piazzale era pieno di macchine, significa che le persone fanno ore ed ore di straordinari quindi il lavoro c’è; è un dramma perché poi i lavoratori vengono buttati in mezzo ad una strada». Si aggancia al suo discorso Luca Mura, Rsu Uilm: «il problema è grave perché l’azienda madre continua a tacere e negli anni la situazione è peggiorata, si sta innescando un meccanismo pericoloso per la zona apuana ed ora dovrebbe entrare in gioco seriamente la politica con leggi più appropriate a difendere la dignità dei lavoratori».
Infine, l’amaro sfogo di Mura per cui «è tutta una catena, se decine di persone perdono il lavoro non andranno più a comprare nei negozi, non spenderanno soldi nelle attività commerciali della città e anche quelle poi, saranno costrette a chiudere».
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