Il Tirreno

Tentato omicidio, la Cassazione conferma i nove anni

Una pattuglia dei carabinieri
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Una pattuglia dei carabinieri

Decisive le intercettazioni telefoniche dell’aggressore «L’ho sgozzato». L’episodio avvenne ad Aulla

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AULLA. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio nei confronti del cittadino tunisino trentenne Aymen Dalhoum; il grave fatto di sangue avvenne ad Aulla il 4 ottobre del 2014. Dalla sentenza emergono anche tutti i concitati episodi di quella drammatica notte, come la fuga dell’aggressore da un lato e la corsa verso il pronto soccorso del ferito con i suoi amici, con tanto di incidente durante il tragitto, e le telefonate intercorse in quelle ore perché alcuni dei protagonisti avevao già i telefoni sotto controllo. Un quadro complessivo che ha convinto i giudici della Suprema Corte a confermare i nove anni e quattro mesi inflitti in sede di rito abbreviato e poi in Appello al tunisimo, che invano ha chiesto di veder derubricata l’accusa in lesioni personali.

Vittima dell’aggressione fu Mohamed Hosni, colpito da dietro con un coltello prima alla guancia e poi al collo, provocandogli una profonda ed estesa ferita lacero contusa; la condanna fu, esclusa la circostanza aggravante dei futili motivi, alla pena, già ridotta per il rito abbreviato, di nove anni e quattro mesi di reclusione.La vittima si era presentata intorno alle 19,20 all’ospedale di Sarzana; era con tre extracomunitari; al Pronto soccorso fu medicato per una ferita da taglio (di dodici - tredici centimetri) al collo, regione cervicale anteriore, che si estendeva in sede laterocervicale sinistra, con interessamento dei muscoli e ferita alla guancia sinistra, fermandosi a pochi millimetri dall’arteria carotidea e dalla vena g i ug u la re.Due degli extracomunitari che erano con lui avevano riferito ai Carabinieri di avere visto casualmente per strada la vittima, che conoscevano poco, e di averla trasportata in Ospedale con l’auto di un altro; la vittima, inizialmente aveva attribuito la ferita a una caduta dalla moto, poi aveva precisato di avere partecipato a una festa religiosa, di avere in seguito litigato con due o tre persone e di essere poi stata colpita con una bottiglia in testa e al collo, mentre era stordita per avere assunto sostanze alcoliche.L’arrivo della vittima presso l’Ospedale era stato preceduto da tre segnalazioni pervenute tra le 19.10 e le 19.20 alla Questura di La Spezia; la prima, di un incidente stradale causato da un’auto che aveva proseguito la corsa; la seconda, relativa alla stessa auto che aveva rischiato di investire una donna, e la terza a un’auto che transitando a forte velocità a fari spenti era diretta all’Ospedale di Sarzana.Erano già intercettati. I protagonisti, sia l’aggressore che almeno un amico della vittima, erano già conosciuti alle forze dell’ordine, ed erano in corso intercettazioni telefoniche, sia della procura di Massa-Carrara che di quella di Spezia.Ebbene, alle 19,28 di quel 4 ottobre 2014 era intercorsa una telefonata tra un amico della vittima e la moglie, alla quale lui aveva riferito di trovarsi all’Ospedale di Sarzana perché Aymen aveva «tagliato la gola di qualcuno» che stava morendo, e che lui per portare il ferito in Ospedale aveva avuto un incidente danneggiando interamente la parte anteriore dell’auto e di avere bisogno di una maglia pulita avendo la canottiera sporca di sangue.

Alle 21, sull’utenza in uso all’aggressore Aymen Dalhoum, era intercorsa una conversazione in cui l’aggressore stesso si era informato se qualcuno avesse fatto denuncia e, ottenuta risposta negativa, aveva aggiunto di avere sgozzato la vittima «al posto dell’agnello oggi». Aymen Dalhoum aveva fatto altre telefonate, nel corso delle quali aveva chiesto notizie o era stato ragguagliato in ordine alle condizioni di salute della vittima, sul rischio di morte corso dalla stessa, su eventuale denuncia o ricerche a suo carico.L’aggressore localizzato con il Gps. Il sistema Gps installato sull’auto in uso a Aymen Dalhoum, aveva anche consentito di localizzare il veicolo nella serata del 4 ottobre 2014 in località Stadano di Aulla sulla sponda del fiume Magra, dove, in prossimità di un ponte crollato, era stata poi rinvenuta una chiazza di sangue essiccata e nelle adiacenze indumenti intrisi di sostanza rossastra e diverse macchie di sangue.I giudici di Cassazione, nella sentenza, spiegano che non vi erano stati dubbi sulle responsabilità dell’imputato, che per altro aveva confessato. E anche rispetto all’imputazione di tentato omicidio, si fa notare, le motivazioni del rito abbreviato e dell’Appello erano state logiche e concordanti; sia per lo strumento adoperato, da punta e da taglio, sia per le dimensioni, lunghezza e profondità della lacerazione provocata e alla frase pronunciata dall’imputato al telefono («l’ho sgozzato»); la ferita era stata inferta in un’area tra le più delicate del corpo umano.Secondo la difesa non si era tenuto conto del fatto che si era trattato di un unico colpo e che non c’era movente. Ma, ribattono i giudici, la natura del mezzo utilizzato, la delicata zona corporea colpita, le dimensioni della ferita con interessamento dei muscoli e mancato interessamento «solo per pochi millimetri» dell’arteria carotidea e della vena giugulare, il linguaggio utilizzato nelle conversazioni intercettate (come l’espressione «l’ho sgozzato», pronunciata dall’imputato), confermano la bontà dell’impostazione delle sentenze di primo e secondo grado. Insomma, vi era la sussistenza, sul piano soggettivo, della volontà omicidiaria, ragionevolmente ritenuta attestata soprattutto dalla regione del corpo presa di mira. Quindi, in questo caso, l’episodio non si può derubricare a lesioni personali. Ricorso inammissibile: l’imputato dovrà anche pagare le spese processuali e millecinquecento euro alla cassa delle ammende.

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