Sicurezza
Frana Mirteto, i giudici assolvono tutti
Il collegio dopo venti minuti di camera di consiglio: omicidio e disastro colposi non sussistono, prescritti gli altri reati
MASSA. Erano circa le 20.30 del 31 ottobre del 2010 quando dalla collina che sovrasta via Montalbano, zona Mirteto, si è staccata una fetta di terreno misto ad acqua. La coltre di fango aveva inghiottito un uomo di 45 anni. Soffocandolo. Il suo nome era Aldo Manfredi e si trovava lì per difendere la casa dei suoi genitori, che si allagava ogni volta che si aprivano le cateratte del cielo. Aveva perso la vita davanti al padre Alberto, che aveva passato ore a chiamarlo mentre i soccorritori scavavano per cercare il corpo di quel figlio sfortunato. Per quella morte nessuno è colpevole, né direttamente né indirettamente. Lo ha stabilito il collegio presieduto dal giudice Paolo Puzone (a latere le colleghe Serra e Congiusta), che ha assolto - dopo una camera di consiglio lampo durata poco più di una ventina di minuti - i sei imputati finiti alla sbarra con l’accusa di omicidio e disastro colposi: il dipendente comunale Carlo Mariani, l’ingegnere del Comune Andrea Bontempi, Giuseppe Rebecchi e Alessandro Migliorelli (titolari della ditta fratelli Rebecchi), Jacopo Baroni (rappresentante della ditta Rb escavazioni, versiliese) e il geologo Riccardo Barbieri. Perché il fatto non sussiste. C’erano altri capi di imputazione riguardanti truffe e falsi, contestati a cinque dei sei indagati (Barbieri era l’unico a non doverne rispondere ed era l’unico per cui il sostituto procuratore Marco Mansi al termine della requisitoria aveva chiesto il proscioglimento) ma per questi non si è entrati nel merito perché nel frattempo è sopraggiunta la prescrizione. Il collegio si è preso novanta giorni per depositare le motivazioni.
A far pesare il piatto della bilancia verso l’assoluzione è stata la superperizia disposta dal tribunale (visto che i consulenti delle parti sostenevano tesi in netta discordanza tra loro). Il professor Gabriele Salvatore del dipartimento di Scienza della Terra, il massimo esperto italiano in materia di frane, aveva dimostrato che a cedere non era stata la parte di terreno dove erano stati eseguiti i lavori di somma urgenza commissionati per la messa in sicurezza di via Montalbano. Era venuta giù la porzione di collina sottostante. E che quindi, nonostante non fosse stato fatto un progetto, l’opera era stata eseguita a regola d’arte. Una fatalità perciò lo smottamento del 31 ottobre del 2010. E una tragedia senza colpevoli la morte del povero Manfredi. Parole che hanno pesato, incanalando la sentenza del collegio. Dopo un parere del genere i giudici non potevano condannare chi - era stato dimostrato dal perito - non aveva alcuna colpa. Un po’ come successo nel processo di Lavacchio, dove sempre il 31 ottobre del 2010, ma qualche ora dopo rispetto a Mirteto, morirono La maestra d’asilo Nara Ricci e il suo figlioletto Mattia Guadagnucci di appena due anni.
Certo sgomenta che per arrivare alla sentenza di primo grado ci siano voluti più di sette anni, un’attesa che ha devastato sia i parenti della vittima (ieri in aula c’era la sorella di Aldo, Patrizia Manfredi) sia gli imputati. Ma la lungaggine non è colpa di nessuno in particolare, solo della macchina della giustizia. Prova ne sia che per Lavacchio siamo in attesa della sentenza di appello, mentre qui è stato fatto solo il primo passo, facendo prescrivere dei reati. Il processo è stato frenato un po’ dai consulenti dell’accusa che hanno chiesto proroghe su proroghe, un po’ dai trasferimenti del pubblico ministero Rossella Soffio (sostituita da Mansi) e del presidente del collegio Giovanni Sgambati (sostituito da Puzone). Chissà se ci sarà l’appello.(d.d.)
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