Sicurezza
Giornata del ricordo, il dramma dei profughi
Le testimonianze scaldano il consiglio comunale solenne che si è tenuto alla Imm Da Fiume a Marina di Carrara: «Ci organizzarono il rinfresco per la Comunione»
CARRARA. Commozione e lacrime trattenute, durante il Consiglio comunale solenne tenutosi nel giorno del Ricordo, celebrato il 10 febbraio di ogni anno per rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel dopoguerra. A prendere la parola davanti alle autorità e a una platea composta dai consiglieri comunali e dai ragazzi dell’Itis Galilei e del Nautico Fiorillo, presso il salone dei convegni dell’Imm a Marina, c'erano Rita Maraschin e Tiziana Sauco, oltre al presidente e al segretario dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Sergio Tabanelli e Vittorio Miletti. Rita Maraschin aveva solo 2 anni quando lasciò Pola nel 1947, insieme alla sua famiglia, assegnati a Lucca. Del resto abbandonare le proprie abitazioni, le proprie terre, le proprie attività, le proprie Chiese, i propri cimiteri, fu la sorte toccata a molti italiani di Fiume, di Zara e di gran parte dell'Istria: i territorio che dopo la fine del secondo conflitto mondiale l’Italia dovette cedere alla Jugoslavia. Agli italiani che abitavano in quei territori, l’Esercito di Liberazione di Tito chiese loro di scegliere: o cittadini italiano o cittadini slavi e chi avesse scelto la cittadinanza italiana avrebbe dovuto andarsene. Successe anche al padre di Rita Maraschin, il quale dopo la firma dell’armistizio, come molti soldati italiani, tornò a casa sua, a Pola, ma con la fine della guerra l’esercito di Tito andò a bussare anche alla sua porta: «Sei dei nostri?» Gli chiesero, intendendo slavo. «No, sono italiano» rispose, venendo così arrestato e poi condotto in un paese vicino dove avrebbe dovuto essere fucilato, salvato solo in extremis grazie a un dispaccio che ne disponeva la liberazione.«Mio padre era guardiano notturno alla Banca d’Italia per cui non andammo nel campo-profughi ma ci potemmo permettere di pagare l’affitto in un piccolo appartamento-racconta Rita Maraschin-ricordo che circolava la voce nel caseggiato che noi esodati fossimo stati tutti fascisti: ci avevano affibbiato l’appellativo di fascisti e ci buttavano la spazzatura davanti alla porta di casa. E poi-prosegue con la voce rotta dal dolore-mi ricordo quando per le prime elezioni, quelle del 1948, 2 ragazzi presero 2 assi e vennero a casa nostra la mattina presto, per inchiodarle alla nostra porta e impedirci di uscire di casa». E spiega come tutte le famiglie dalmate e istriane si fossero subito affannate per trovare un’occupazione: «Si sono subito tirati su le maniche, siamo gente così». Tiziana Sauco invece parla in nome del padre, scomparso 4 anni fa, originario di Parenzo, in Istria, anche lui insieme alla sua famiglia costretto a lasciare la loro casa:«La sua famiglia venne ospitata al campo-profughi di Marina: rimasero 5 anni in una stanza grande 4 metri per 4 e già erano tra i più fortunati perché avevano pareti vere e non come molti altri, fatte da coperte -racconta Tiziana-eppure- dice ancora, rivolgendosi a Luciana Calochira presente in sala facendola commuovere fino alle lacrime, anche lei nata a Fiume e costretta scappare nel ’48, all’età di 8 anni e poi ospitata con la famiglia nel campo -profughi marinello – proprio Luciana mi raccontava tempo fa di come si ricorda ancora del rinfresco a sorpresa per lei e gli altri bimbi del campo in occasione della loro Prima Comunione e di come si ricordasse ancora il sapore del latte fresco e dei biscotti. A testimonianza del ricordo dolceamaro legato a quei campi». Una storia particolare quella di Tiziana e dei suoi genitori: perché il sogno del padre di Tiziana era quello di tornare un giorno ad abitare a Parenzo, insieme alla moglie originaria invece di Carrara. Ma quando era ormai tutto pronto per la partenza il padre morì e allora la madre decise di trasferirsi ugualmente nel paese istriano, per esaudire il desiderio del marito che è così tornato a riposare nella sua terra d'origine. «Studiate la cause reali di questo esodo, è stato perpetrato un disegno per ripulire quei territori dagli italiani che erano presenti lì da 2000 anni» ha esortato i ragazzi Sergio Tabanelli, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmaziae la quale, ha promesso l'assessore massese Giovanni Rutili, avrà presto a Marina di Massa una sede e vedrà il Parco Lungo Pisa diventare Parco della giornata del Ricordo.
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