Sicurezza
Pinelli all’Anpi: scrivere di partigiani non mi rende un euro
PONTREMOLI. Non si placa la polemica innestata dall’Anpi di Pontremoli che si è scagliata con forza contro lo spettacolo teatrale “Occhi tra le foglie” e l’ipotesi di realizzarne una graphic novel.Ad...
PONTREMOLI. Non si placa la polemica innestata dall’Anpi di Pontremoli che si è scagliata con forza contro lo spettacolo teatrale “Occhi tra le foglie” e l’ipotesi di realizzarne una graphic novel.
Ad alimentare il dibattito è una lettera di un esponente dell’Anpi apuana che dice, fra l’altro: “Ambientato nel pontremolese, questo spettacolo propone un'immagine distorta della nostra Resistenza e racconta situazioni che mai si sono realmente verificate in questo territorio”. Gli aderenti all’Anpi appoggiano questa tesi ricordando anche «la figura di un anziano giornalista (immaginiamo si riferisca a Giampaolo Pansa) che si “mise a narrare di nefandezze commesse dai partigiani durante la guerra di Liberazione raccontando cose false – si sostiene nella lettera – ma appellandosi al suo “non essere uno storico”. Ebbe successo tra i fascistoidi e fece un sacco di soldi”.
Un risultato, adombrano queste voci vicine all’Anpi, a cui punterebbe anche l’autore dello spettacolo. “ Il partigiano pentito di cui si scrive come narrante – dice ancora –, dovrebbe avere nome e cognome, così come il vecchio scandalo e lo scheletro nell’armadio. Altrimenti è un’impostura”. Non vogliamo che i pilastri della nostra Democrazia siano sfiorati dai cenci appestati del Nazifascismo che avanza. Giù le mani dalla Resistenza».
Lo scrittore Giacomo Pinelli replica che «né per la rappresentazione teatrale né per il progetto della graphic novel mi entra in tasca un centesimo». Inoltre, evidenzia come non solo il partigiano ha nome e cognome ma non è, come scritto nella lettera, il narratore del romanzo «dimostrando che non lo si è letto. Dato che viene confermato ancora di più con il riferimento “al vecchio scandalo e allo scheletro nell’armadio” che non solo viene ben evidenziato, sia nel romanzo che nel testo teatrale, ma che niente ha a che fare non solo con la Resistenza, come viene erroneamente ipotizzato, ma nemmeno con il conflitto bellico».
«Sono un romanziere, scarso o di qualità sono i lettori a deciderlo – prosegue – ma non permetto che mi si accusi di rigurgiti fascisti o di revisionismo, semplicemente perché è un’accusa falsa e, inoltre, perché non posso pensare di limitare la mia libertà di espressione per non rischiare di andar contro a chi si erge a unico paladino della verità. Imbavagliare le voci è sempre, questo sì, un rischio per la democrazia».
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