La manifestazione
Ex lavoratori Synthesis: per loro solo le briciole
di Chiara Sillicani
A 18 anni dalla dichiarazione di fallimento, la procedura è ancora aperta Ai quasi 200 dipendenti spetteranno soltanto poche centinaia di euro
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MASSA. Non possono far altro che prenderne atto: per loro sono rimaste soltanto le briciole. Soltanto pochi spiccioli dopo 18 anni di attesa. Gli ex dipendenti Synthesis chiedono alla Provincia uno spazio in cui riunirsi; si incontrano ieri mattina e, viste le carte, strabuzzano gli occhi: la procedura fallimentare è ancora in corso e per loro non restano che pochi euro. Qualche centinaia a testa. Forse.
Una vicenda complessa la loro, cominciata nel 1999. Negli anni ’70 Massa conta su un’azienda gioiello, l’Olivetti, con 800 dipendenti. Negli anni l’azienda, che produce arredo per ufficio, diventa Synthesis, quindi passa nelle mani di una famiglia piemontese. Quella stessa famiglia, di fronte ad uno stato di crisi, percorre la strada del concordato fallimentare, una procedura “guidata” dal tribunale per tentare il risanamento. La strada del concordato preventivo, però, non traghetta l’azienda verso la ripresa e nel 2000 quello stesso concordato sfocia in una procedura fallimentare. Procedura ancora in corso.
Tutti i dipendenti - non sono più 800, ma 190 circa tra operai e impiegati - ottengono il trattamento di fine rapporto: a versarlo non è il datore di lavoro, ma l’Inps che attinge, come previsto dalla legge in caso di insolvenza dell’azienda, al fondo di garanzia. I lavoratori, però, ancora aspettano il pagamento di ferie non godute, tredicesime, premi produzione. Qualche soldo - pochissimi in realtà - finisce nelle loro tasche nel 2010 quando il Tribunale di Massa autorizza l’allora curatore ad eseguire un primo riparto dei fondi disponibili. Poi più nulla.
C’è chi, una novantina di lavorato ri in totale, decide di percorrere anche un’altra strada, quella della legge Pinto, la norma che prevede il risarcimento del danno per le lungaggini dei processi. Chi si appella a quella legge nel 2012, a 12 anni dall’apertura della procedura fallimentare, ottiene qualche migliaio di euro, liquidato nel 2015. Soldi riconosciuti per il danno subito e non denaro legato al fallimento. Vale a dire: ferie, permessi e premi devono ancora essere versati. E difficilmente saranno versati ora. Ieri emerge con chiarezza: i soldi disponibili sono pochi e “congelati”. Lo spiega anche Giuseppe Innocenti, il curatore fallimentare. Il denaro non può essere utilizzato: è, infatti, ancora di fronte alla Cassazione la causa promossa dalla società con cui l’azienda fallita aveva contratto un leasing. E se la curatela dovesse vincere, quei soldi andrebbero comunque, per oltre l’80%, all’Inps. Così prevede la legge visto che l’istituto di previdenza ha tirato fuori tutti i soldi per il trattamento di fine rapporto.
Il denaro restante dovrebbe quindi essere diviso tra gli ex dipendenti (non più 190 perché qualcuno è deceduto). Senza dimenticare che i soldi devono anche essere utilizzati - ricorda Piero Binelli, ex dipendente e promotore dell’incontro di ieri - per saldare curatore e avvocati. Insomma, a questo punto per i lavoratori sarebbe meglio che il tribunale decidesse di chiudere la procedura di fallimento. Qualche spicciolo, ma basta carta, documenti, speranze deluse. Chi non ha chiesto risarcimento del danno in base alla legge Pinto valuta di farlo, chi lo ha fatto, chiede ai legali se, passati altri anni, possa ripetere. Certo è che, in ogni caso, dopo una vita di lavoro, la cassa integrazione, la mobilità, la ricerca disperata di un nuovo lavoro, toccano solo le briciole.
Una vicenda complessa la loro, cominciata nel 1999. Negli anni ’70 Massa conta su un’azienda gioiello, l’Olivetti, con 800 dipendenti. Negli anni l’azienda, che produce arredo per ufficio, diventa Synthesis, quindi passa nelle mani di una famiglia piemontese. Quella stessa famiglia, di fronte ad uno stato di crisi, percorre la strada del concordato fallimentare, una procedura “guidata” dal tribunale per tentare il risanamento. La strada del concordato preventivo, però, non traghetta l’azienda verso la ripresa e nel 2000 quello stesso concordato sfocia in una procedura fallimentare. Procedura ancora in corso.
Tutti i dipendenti - non sono più 800, ma 190 circa tra operai e impiegati - ottengono il trattamento di fine rapporto: a versarlo non è il datore di lavoro, ma l’Inps che attinge, come previsto dalla legge in caso di insolvenza dell’azienda, al fondo di garanzia. I lavoratori, però, ancora aspettano il pagamento di ferie non godute, tredicesime, premi produzione. Qualche soldo - pochissimi in realtà - finisce nelle loro tasche nel 2010 quando il Tribunale di Massa autorizza l’allora curatore ad eseguire un primo riparto dei fondi disponibili. Poi più nulla.
C’è chi, una novantina di lavorato ri in totale, decide di percorrere anche un’altra strada, quella della legge Pinto, la norma che prevede il risarcimento del danno per le lungaggini dei processi. Chi si appella a quella legge nel 2012, a 12 anni dall’apertura della procedura fallimentare, ottiene qualche migliaio di euro, liquidato nel 2015. Soldi riconosciuti per il danno subito e non denaro legato al fallimento. Vale a dire: ferie, permessi e premi devono ancora essere versati. E difficilmente saranno versati ora. Ieri emerge con chiarezza: i soldi disponibili sono pochi e “congelati”. Lo spiega anche Giuseppe Innocenti, il curatore fallimentare. Il denaro non può essere utilizzato: è, infatti, ancora di fronte alla Cassazione la causa promossa dalla società con cui l’azienda fallita aveva contratto un leasing. E se la curatela dovesse vincere, quei soldi andrebbero comunque, per oltre l’80%, all’Inps. Così prevede la legge visto che l’istituto di previdenza ha tirato fuori tutti i soldi per il trattamento di fine rapporto.
Il denaro restante dovrebbe quindi essere diviso tra gli ex dipendenti (non più 190 perché qualcuno è deceduto). Senza dimenticare che i soldi devono anche essere utilizzati - ricorda Piero Binelli, ex dipendente e promotore dell’incontro di ieri - per saldare curatore e avvocati. Insomma, a questo punto per i lavoratori sarebbe meglio che il tribunale decidesse di chiudere la procedura di fallimento. Qualche spicciolo, ma basta carta, documenti, speranze deluse. Chi non ha chiesto risarcimento del danno in base alla legge Pinto valuta di farlo, chi lo ha fatto, chiede ai legali se, passati altri anni, possa ripetere. Certo è che, in ogni caso, dopo una vita di lavoro, la cassa integrazione, la mobilità, la ricerca disperata di un nuovo lavoro, toccano solo le briciole.
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