Il Tirreno

Finelli e Bolgi i nostri giganti del Barocco

Finelli e Bolgi i nostri giganti del Barocco

Prosegue la preparazione dei volumi  “The White Gold - Straordinari dimenticati”

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CARRARA. Dopo il successo dei primi tre volumi del progetto The White Gold “Straordinari Dimenticati” dedicati a Jacopo Antonio Ponzanelli (Carrara 1654– Genova 1735), e a Danese Cattaneo da Colonnata (1512-1572), nel 5° Centenario della nascita, dopo alcuni mesi di studio e preparazione del progetto ecco i due nuovi artisti scelti dall’associazione Percorsi d’Arte per riportare alla luce dopo secoli di oblio, la vita e l’opera di Giuliano Finelli (Carrara 1601-Roma 1653) e Andrea Bolgi (Carrara 1605– Napoli 1656) soprannominato “Il Carrarino” .

Mentre la cura della parte scientifica nei due nuovi volumi, vede la partecipazione di importanti studiosi di livello internazionale, come Andrea Bacchi, uno dei massimi studiosi del Bernini (ha recentemente curato la mostra del Bernini alla Galleria Borghese di Roma) ed è presidente della Fondazione Federico Zeri, nonché docente all’Università di Bologna, oppure di Fernando Loffredo, docente alla New York University e responsabile di arti visive alla National Gallery di Washington, la nuova iniziativa messa in campo per valorizzare la figura artistica dei due scultori carraresi giganti del Barocco, ha già suscitato l’interesse del mondo scientifico e ottenuto plausi e consensi da varie personalità, su tutto il territorio nazionale e naturalmente c’è attesa per i due nuovi volumi che si annunciano corposi, ricchi di contenuti qualificati e di un apparato fotografico di prim’ordine che consentirà di gustare le opere, e la bellezza del marmo con una visione diversa e privilegiata come quella che ha contraddistinto già i primi cinque volumi della collana che oltre ad aver conquistato già premi e riconoscimenti, ha avuto dedicati tre servizi televisivi “in anteprima” sulla Rai, grazie all’attenzione del giornalista Marco Hagge, un interesse verso il Progetto “The White Gold Straordinari Dimenticati” che si evince chiaro nel pensiero del giornalista fiorentino, noto conduttore della trasmissione Bellitalia. Spiega infatti Marco Hagge: «È grazie a ricerche come questa, che si dà sostanza alla storia, senso alle parole e vigore a un’identità. L’identità di un territorio e della sua forza che diventa lavoro e cultura, raggiungendo, dall’Italia, ogni propaggine verso la quale è approdata la nostra civiltà. Un promemoria prezioso in un’epoca distratta come quella che stiamo vivendo. Distratta e spaesata, come tutti coloro che pretendono di andare avanti senza mai guardarsi indietro; che pensano insomma, di poter arrivare da qualche parte, senza sapere da dove sono partiti».

Autorevole anche il parere di Alessandro Cecchi, direttore di Casa Buonarroti di Firenze: «Giuliano Finelli, era famoso per il virtuosismo tecnico che lo connotava nella lavorazione del marmo; una cosa che caratterizza il busto di Michelangelo Buonarroti il giovane, collocato nella casa di Michelangelo a Firenze, è l’abilità incredibile nella lavorazione del marmo che rende l’opera, Barocca in pieno».

Queste le parole di Michele Del Monte, direttore della Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma, nonché docente di teorie e tecniche della comunicazione all’Università di Tor Vergata a Roma: «Tra i collaboratori più dotati di Gian Lorenzo Bernini, emerge la figura di Giuliano Finelli; grazie alle proprie origini carraresi, formatosi in un ambiente dove il marmo era di casa, una familiarità con la materia che diventa una cifra stilistica peculiare dell’artista che si distingue subito per la sua capacità di dominio tecnico e virtuosistico, una caratteristica stilistica che gli consentiva di ottenere dalla materia dura, degli effetti di morbidezza, trasparenza, sottigliezza che sono poi il vanto della produzione di Bernini, ma in particolare del contributo di Finelli». E aggiunge: «In alcuni capolavori del Bernini, come il gruppo dell’Apollo e Dafne è opinione di autorevoli studiosi che il ruolo di Finelli lo si riconosce in quelle parti che proprio nell’opera abbondano e che sono addirittura le più spettacolari, proprio in quella dimensione di virtuosismo e dominio della materia, in quella capacità di ottenere i passaggi più difficili, in quello sfoggio di bravura che dimostrano la firma implicita dello scultore»

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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