Proteste
«Vieni qui che non c’è la microspia»
di Manuela D’Angelo
Gli indagati sospettavano di essere intercettati ma poi parlavano liberamente. Un sistema “scientifico” per truccare gli incanti
3 MINUTI DI LETTURA
MASSA. Erano “sistematiche” le condotte di turbativa di pubblici incanti, operate da Roberto Ferrandi, commercialista di Carrara, delegato alle vendite nelle esecuzioni immobiliari del Tribunale di Massa, oggi agli arresti per turbativa d’asta e corruzione.
Secondo la Procura di Massa, Ferrandi «sistematicamente turbava pubblici incanti», con un modus operandi geniale, complicatissimo, farraginoso, ma sempre efficace.
A descrivere alcuni particolari del filone massese dell’inchiesta della Procura di Genova, che vede dallo scorso 9 gennaio agli arresti sette professionisti (vedi box a lato) sono stati ieri mattina il Procuratore Aldo Giubilaro e il sostituto procuratore Alberto Dello Iacono, durante un incontro con la stampa a cui hanno partecipato anche il comandante del Nucleo investigativo di Massa Carrara, tenente colonnello Tiziano Marchi e il comandante provinciale dei carabinieri Massimo Rosati.
Ferrandi, si legge nelle carte della Procura, aveva fiutato il business dei debitori esecutati, ovvero persone colpite da un pignoramento forzato di beni di proprietà. Ferrandi intesseva fitti rapporti con loro e, in cambio di mazzette,sempre secondo l’accusa, li metteva in condizione di riappropriarsi del loro stesso bene, facendolo acquistare all’asta ad un parente o ad un prestanome. Così, il debitore tornava paradossalmente in possesso del bene che gli era stato pignorato.
Ferrandi, inoltre, scrive sempre la Procura apuana, «concordava la data più utile per la gara di vendita dell’immobile, facendo andare deserti i primi incanti, in modo da far ottenere l’aggiudicazione ad un prezzo più favorevole; rivelava informazioni riservate sull’assenza di interessati all’acquisto, omettendo gli avvisi di asta presso il luogo in cui si trovava l’immobile in questione, per non suscitare l’interesse di potenziali offerenti e infine assicurava al prestanome del debitore esecutato assistenza materiale per la redazione della documentazione necessaria a partecipare all’asta».
Negli incontri in cui pianificavano le turbative, ricostruiscono gli inquirenti, Bufo e Ferrandi sospettavano di essere intercettati: Bufo: «Entriamo qui che qui la microspia non c’è». Ferrandi: «E a te chi te l’ha detto?» Bufo: «Lo sanno che qui non ci vieni mai...». dicono i due in una conversazione regiatrata il 6 ottobre 2016. Poi però, si lasciano andare e continuano a “tramare”.
Ferrandi, dice sempre la Procura, «si faceva promettere in cambio somme di denaro». A queste aste “fasulle”, come ai beni immobiliari facenti parte del patrimonio giudiziario, pare fossero particolarmente interessati anche alcuni sinti locali, non tutti con la fedina penale pulita, che con il Ferrandi avevano allacciato diversi contatti. E’ proprio da qui, seguendo questi “strani” rapporti tra i sinti e il commercialista di Carrara, i carabinieri del Nuclei Investigativo avevano avviato le loro indagini, ancora in corso, nonostante l’inchiesta abbia poi preso ben altra strada. Ferrandi, infatti, non intesseva rapporti soltanto con sinti, ma tra i suoi “clienti” c’era anche il giudice del Tribunale di Pisa, ex Pm a Massa, Roberto Bufo. Secondo la Procura, anche Bufo avrebbe beneficiato di Ferrandi quale intermediario per aste giudiziarie interessanti. L’episodio eclatante, riportato dal Pm Dello Iacono, è quello di un edificio residenziale, a Villafranca in Lunigiana, messo all’asta nel quasi completo silenzio, e aggiudicato a Bufo per 23mila euro, nonostante ne valesse 84mila e poi rivenduto dallo stesso giudice per 58mila euro, «realizzando così- scrive la Procura- una rilevante plusvalenza». Dieci gli incanti su cui la Procura di Massa Carrara sta ancora indagando, tre gli episodi “turbati” dal Ferrandi al momento accertati: quello che ha permesso la compravendita dell’immobile al giudice Bufo, un altro riguardante 16 lotti di un terreno, e il terzo riguardante un complesso immobiliare, formato da più appartamenti di civile abitazione.
ALTRI SERVIZI A PAG. 5
Secondo la Procura di Massa, Ferrandi «sistematicamente turbava pubblici incanti», con un modus operandi geniale, complicatissimo, farraginoso, ma sempre efficace.
A descrivere alcuni particolari del filone massese dell’inchiesta della Procura di Genova, che vede dallo scorso 9 gennaio agli arresti sette professionisti (vedi box a lato) sono stati ieri mattina il Procuratore Aldo Giubilaro e il sostituto procuratore Alberto Dello Iacono, durante un incontro con la stampa a cui hanno partecipato anche il comandante del Nucleo investigativo di Massa Carrara, tenente colonnello Tiziano Marchi e il comandante provinciale dei carabinieri Massimo Rosati.
Ferrandi, si legge nelle carte della Procura, aveva fiutato il business dei debitori esecutati, ovvero persone colpite da un pignoramento forzato di beni di proprietà. Ferrandi intesseva fitti rapporti con loro e, in cambio di mazzette,sempre secondo l’accusa, li metteva in condizione di riappropriarsi del loro stesso bene, facendolo acquistare all’asta ad un parente o ad un prestanome. Così, il debitore tornava paradossalmente in possesso del bene che gli era stato pignorato.
Ferrandi, inoltre, scrive sempre la Procura apuana, «concordava la data più utile per la gara di vendita dell’immobile, facendo andare deserti i primi incanti, in modo da far ottenere l’aggiudicazione ad un prezzo più favorevole; rivelava informazioni riservate sull’assenza di interessati all’acquisto, omettendo gli avvisi di asta presso il luogo in cui si trovava l’immobile in questione, per non suscitare l’interesse di potenziali offerenti e infine assicurava al prestanome del debitore esecutato assistenza materiale per la redazione della documentazione necessaria a partecipare all’asta».
Negli incontri in cui pianificavano le turbative, ricostruiscono gli inquirenti, Bufo e Ferrandi sospettavano di essere intercettati: Bufo: «Entriamo qui che qui la microspia non c’è». Ferrandi: «E a te chi te l’ha detto?» Bufo: «Lo sanno che qui non ci vieni mai...». dicono i due in una conversazione regiatrata il 6 ottobre 2016. Poi però, si lasciano andare e continuano a “tramare”.
Ferrandi, dice sempre la Procura, «si faceva promettere in cambio somme di denaro». A queste aste “fasulle”, come ai beni immobiliari facenti parte del patrimonio giudiziario, pare fossero particolarmente interessati anche alcuni sinti locali, non tutti con la fedina penale pulita, che con il Ferrandi avevano allacciato diversi contatti. E’ proprio da qui, seguendo questi “strani” rapporti tra i sinti e il commercialista di Carrara, i carabinieri del Nuclei Investigativo avevano avviato le loro indagini, ancora in corso, nonostante l’inchiesta abbia poi preso ben altra strada. Ferrandi, infatti, non intesseva rapporti soltanto con sinti, ma tra i suoi “clienti” c’era anche il giudice del Tribunale di Pisa, ex Pm a Massa, Roberto Bufo. Secondo la Procura, anche Bufo avrebbe beneficiato di Ferrandi quale intermediario per aste giudiziarie interessanti. L’episodio eclatante, riportato dal Pm Dello Iacono, è quello di un edificio residenziale, a Villafranca in Lunigiana, messo all’asta nel quasi completo silenzio, e aggiudicato a Bufo per 23mila euro, nonostante ne valesse 84mila e poi rivenduto dallo stesso giudice per 58mila euro, «realizzando così- scrive la Procura- una rilevante plusvalenza». Dieci gli incanti su cui la Procura di Massa Carrara sta ancora indagando, tre gli episodi “turbati” dal Ferrandi al momento accertati: quello che ha permesso la compravendita dell’immobile al giudice Bufo, un altro riguardante 16 lotti di un terreno, e il terzo riguardante un complesso immobiliare, formato da più appartamenti di civile abitazione.
ALTRI SERVIZI A PAG. 5
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
