La manifestazione
«Ecco perché debutto a Carrara»
di Camilla Palagi
Andrea Scanzi martedì 9 gennaio sul palco del Garibaldi con il suo “Renzusconi”
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CARRARA. Il suo libro “Renzusconi” a poco più di un mese dalla prima uscita nelle librerie è giunto alla quarta ristampa.
E per la prima nazionale dell’omonimo spettacolo, Andrea Scanzi, ironico e graffiante giornalista del Fatto Quotidiano, ha scelto il teatro Nuova Sala Garibaldi a Carrara. L’appuntamento è per il 9 gennaio in via Verdi: da questo palco avrà inizio il tour che lo porterà in giro in tutta l’Italia con il monologo teatrale ispirato dal libro.
Perché proprio Carrara per dare via al tour?
«Non è una casualità. Da sette anni faccio teatro, ma non sono mai stato a Carrara. Quando il Fatto me l’ha proposto ho detto subito sì. Ti confesso che per me è stato anche giusto e doveroso partire da una città toscana, essendo io toscano, che rappresenta meglio l’agonia della sinistra vera, o presunta tale».
In "Renzusconi" parli di “punti di contatto” tra i due politici, qualche anticipazione?
«Alcuni sono a livello caratteriale e visivo, entrambi si sopravvalutano moltissimo, sono un po’ goffi e caricaturali. Ma soprattutto ci sono punti di contatto politici. L’articolo 18 abolito, la riforma della buona scuola, lo sblocca Italia, cioè la cementificazione selvaggia. Ma quello che trovo terrificante è il punto di contatto rappresentato dalla classe dirigente, terrificante. Ed essendo miei coetanei mi girano anche le scatole perché se questo è quello che abbiamo saputo partorire, non siamo messi benissimo come generazione».
Che cosa dovrebbe spingere oggi “i millenials” ad aprire un giornale, a venire al tuo spettacolo o semplicemente ad andare a votare?
«La voglia di cambiamento, la voglia di non rassegnarsi e la voglia di migliorare questo paese. Secondo me chi è interessato alla politica è sempre una minoranza di questo paese. Chi vota con passione, chi crede che la politica possa cambiare il mondo è sempre una minoranza».
Il tuo ultimo spettacolo “Gaber se fosse Gaber” è stato seguito da 40 mila spettatori in due anni e mezzo di tour. Sei giudice del premio Tenco e del premio Bertoli, insomma ami la musica cantautoriale. Moretti un tempo diceva che «siamo quello che pensiamo». Se oggi siamo quello che cantiamo/ascoltiamo, che prospettive abbiamo di fronte?
«Preoccupanti, perché ascoltiamo, non sempre, della musica pessima. E siamo costretti a rifugiarci nel passato. Se penso che nel 78 uscivi di casa e potevi scegliere tra Dalla, Finardi, Daniele, De Andrè, Gaber, e oggi il massimo che puoi trovare, con tutto il rispetto, è qualche rapper ispirato, Jovanotti e bene che ti vada Cremonini, devo dire che c’è un certo crollo. E anche questo rientra in una sorta di disaffezione non solo alla politica ma anche alle cose belle della vita. Evidentemente siamo in una fase di grande riflusso. E la politica ne è lo specchio».
E per la prima nazionale dell’omonimo spettacolo, Andrea Scanzi, ironico e graffiante giornalista del Fatto Quotidiano, ha scelto il teatro Nuova Sala Garibaldi a Carrara. L’appuntamento è per il 9 gennaio in via Verdi: da questo palco avrà inizio il tour che lo porterà in giro in tutta l’Italia con il monologo teatrale ispirato dal libro.
Perché proprio Carrara per dare via al tour?
«Non è una casualità. Da sette anni faccio teatro, ma non sono mai stato a Carrara. Quando il Fatto me l’ha proposto ho detto subito sì. Ti confesso che per me è stato anche giusto e doveroso partire da una città toscana, essendo io toscano, che rappresenta meglio l’agonia della sinistra vera, o presunta tale».
In "Renzusconi" parli di “punti di contatto” tra i due politici, qualche anticipazione?
«Alcuni sono a livello caratteriale e visivo, entrambi si sopravvalutano moltissimo, sono un po’ goffi e caricaturali. Ma soprattutto ci sono punti di contatto politici. L’articolo 18 abolito, la riforma della buona scuola, lo sblocca Italia, cioè la cementificazione selvaggia. Ma quello che trovo terrificante è il punto di contatto rappresentato dalla classe dirigente, terrificante. Ed essendo miei coetanei mi girano anche le scatole perché se questo è quello che abbiamo saputo partorire, non siamo messi benissimo come generazione».
Che cosa dovrebbe spingere oggi “i millenials” ad aprire un giornale, a venire al tuo spettacolo o semplicemente ad andare a votare?
«La voglia di cambiamento, la voglia di non rassegnarsi e la voglia di migliorare questo paese. Secondo me chi è interessato alla politica è sempre una minoranza di questo paese. Chi vota con passione, chi crede che la politica possa cambiare il mondo è sempre una minoranza».
Il tuo ultimo spettacolo “Gaber se fosse Gaber” è stato seguito da 40 mila spettatori in due anni e mezzo di tour. Sei giudice del premio Tenco e del premio Bertoli, insomma ami la musica cantautoriale. Moretti un tempo diceva che «siamo quello che pensiamo». Se oggi siamo quello che cantiamo/ascoltiamo, che prospettive abbiamo di fronte?
«Preoccupanti, perché ascoltiamo, non sempre, della musica pessima. E siamo costretti a rifugiarci nel passato. Se penso che nel 78 uscivi di casa e potevi scegliere tra Dalla, Finardi, Daniele, De Andrè, Gaber, e oggi il massimo che puoi trovare, con tutto il rispetto, è qualche rapper ispirato, Jovanotti e bene che ti vada Cremonini, devo dire che c’è un certo crollo. E anche questo rientra in una sorta di disaffezione non solo alla politica ma anche alle cose belle della vita. Evidentemente siamo in una fase di grande riflusso. E la politica ne è lo specchio».
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