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Corte dei conti

Crollo dell'argine, maxi condanna ai tecnici

Libero Red Dolce
Crollo dell'argine, maxi condanna ai tecnici

Carrara: il direttore dei lavori, un responsabile e un dirigente della Provincia dovranno risarcire alla Regione un milione e 700mila euro.

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Tre dirigenti della provincia dovranno risarcire la regione Toscana per un milione e settecentomila euro complessivi per le loro responsabilità nel crollo dell’argine del Carrione dopo la disastrosa alluvione del 5 novembre 2014. In attesa che la giustizia ordinaria faccia il suo corso, a vario titolo e con diverse responsabilità sono stati condannati Franco Del Mancino, progettista e direttore dei lavori per la messa in sicurezza del bacino del torrente Carrione, di Gianluca Barbieri, dirigente del servizio difesa del suolo della provincia di Massa e Carrara e Stefano Michela, responsabile unico del procedimento. Il 70% dell’importo complessivo dovrà pagarlo Del Mancino, ovvero 1.226.174,73 euro, gli altri due condannati dovranno risarcire la Regione con 262.751,72 euro ciascuno. Il danno quantificato inizialmente era di oltre 2,5 milioni di euro.

Il fascicolo fu aperto dopo la denuncia inviata alla procura contabile dal presidente della regione Enrico Rossi e le indagini che ne sono seguite, coordinate dal procuratore Stefano Castiglione, hanno consentito di evidenziare gravi responsabilità dei principali attori dell’appalto pubblico affidato alla Provincia e finanziato dalla Regione. Si legge nella sentenza che «le plurime consulenze tecniche, richiamate dall’organo requirente a fondamento della pretesa erariale, concorrono a delineare un quadro probatorio del tutto univoco e concordante, in ordine alla riconducibilità del crollo dell’argine del torrente Carrione, verificatosi il 5 novembre 2014 in occasione del relativo evento alluvionale, agli errori progettuali e alla presenza di evidenti difformità costruttive, tali da peggiorare ulteriormente la stabilità dell’opera, già precaria per come progettata, involgenti in via diretta ed immediata la responsabilità (innanzitutto) dell’ingegnere Del Mancino quale progettista/direttore dei lavori (con particolare riferimento alle difformità costruttive, quanto meno sotto il profilo della mancata rilevazione delle stesse e della certificazione della regolare esecuzione dei lavori)». Insomma mancanze sia in fase di progettazione che di realizzazione dell’opera, poi franata come un biscotto.

Nella relazione di uno dei periti, l’ingegnere Maurizio Rosso, considerata di particolare rilevanza dalla Corte dei conti, si legge «le cause dell’inondazione che ha colpito la frazione Avenza del comune di Carrara in data 5 novembre 2014 sono da attribuire principalmente alla tipologia di opere sia per come sono state progettate, già di per sé erroneamente, sia per come sono state realizzate, ossia in totale difformità rispetto alle indicazioni progettuali, peggiorandone ulteriormente le condizioni di stabilità». Nella relazione si parla con chiarezza di «negligenza ed imperizia da parte dei tecnici che elaborarono il progetto, nelle sue molteplici versioni, per non aver approfondito adeguatamente l’attività progettuale». E ci si riferisce anche «alla negligenza, imperizia e imprudenza del direttore dei lavori che ha certificato la regolare esecuzione di opere del tutto difformi da quelle previste in progetto». Un quadro piuttosto desolante dove opere non a regola e persino difformi a quelle progettate furono approvate. Chi doveva controllare insomma non lo fece. Le conseguenze furono drammatiche.

Alle stesse conclusioni era arrivato anche il collegio peritale incaricato dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Massa che sostenne, dopo aver analizzato nei minimi dettagli il progetto omologato del muro, «di potere dichiarare la inidoneità del medesimo a scongiurare il rischio del verificarsi del fenomeno. Le opere che sono state effettivamente realizzate in luogo di quelle che erano state progettate ed omologate non erano assolutamente idonee ad evitare l’evento . La condotta di Del Mancino per la Corte dei conti è giudicabile come “colpa grave”, per, si legge sempre nella sentenza «l’estrema superficialità e leggerezza mostrata nell’espletamento dei delicati compiti di progettista e direttore dei lavori, (superficialità) giunta sino al punto da emettere e firmare, sostanzialmente “alla cieca” i certificanti attestanti la regolare esecuzione dei lavori». Anche per Michela si tratta di “colpa grave”per non avere segnalato «la necessità del collaudo statico di un’opera pubblica». E lo stesso vale per Barbieri per «la particolare gravità dell’adempimento omesso (anche alla luce dei precedenti, infausti eventi alluvionali interessanti il torrente Carrione) e la chiarezza e specificità della normativa imponente l’omesso colludo».
 

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