Attenzione
Si è spento Cappiello, il presidente “nobile” del tribunale apuano
Aveva 89 anni. Non aveva retto alla scomparsa della moglie. I funeralinella chiesa di San Giuseppe Vecchio
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MASSA. Si è spento a 89 anni l’ex presidente del tribunale di Massa Adalberto Cappiello: il magistrato era ricoverato da alcune settimane alla Don Gnocchi. L’altra sera il suo cuore ha smesso di battere, lasciando nel dolore i suoi amati figli Maurilio, funzionario Unipol Sai, Ersilia, avvocato, e i nipoti Maria Chiara e Gian Filippo. Cappiello si è lasciato andare dopo la morte della moglie Maria Sonnessa, deceduta il 10 ottobre. Il presidente, come lo chiamavano tutti in città, dopo pochi giorni dal lutto aveva smesso di mangiare e così le sue condizioni erano peggiorare. Fino al ricovero nel centro. «Ha deciso di seguire la mamma», racconta tra le lacrime la figlia. Del resto la loro era stata una lunga storia d’amore, sessanta anni di matrimonio (festeggiati in duomo il 12 settembre) e dieci di fidanzamento. Si erano conosciuti a Melfi, nei pressi di Potenza, città che aveva dato i natali a entrambi. I funerali di Cappiello si terranno oggi alle 15 nella chiesa di San Giuseppe Vecchio, in via Pisa.
Una persona davvero nobile l’ex presidente del tribunale apuano. Ieri mattina quando la notizia ha cominciato a circolare in molti avevano gli occhi lucidi per la commozione. Come il presidente Maria Cristina Failla, che ne ha ricordato il valore di uomo e magistrato. Cappiello era diventato magistrato a venticinque anni e aveva svolto l’uditorato a Torino, dove si era trasferito con la moglie. Lì sono nati i suoi figli e lì ha mosso i suoi primi passi, fino al 1965 quando è arrivato nella nostra città con l’incarico di giudice istruttore (figura eliminata dal codice di procedura penale del 1989). Il magistrato è giovane e preparato e si fa notare per l’attaccamento al lavoro e la professionalità. Tanto che dopo pochi anni gli viene affidato un compito delicatissimo: giudice di sorveglianza. E in questa veste si è speso in una battaglia per chiedere riti alternativi alla detenzione. Numerosi i suoi viaggi a Roma per perorare la causa di chi aveva una pena definitiva e meritava una seconda occasione per rifarsi una vita una volta uscito dal carcere. I suoi familiari ricordano ancora un aneddoto: negli anni Settanta aveva concesso un permesso a un detenuto che doveva scontare venti anni e che era arrivato ormai alla fine della pena. Cappiello gli aveva parlato da uomo a uomo e gli aveva chiesto la sua parola d’onore: «Io la faccio uscire, però poi lei ritorna, vero? Le mancano ancora due mesi e poi sarà libero. Lo faccia per lei». Mentre stava rientrando in carcere però un ritardo del treno rischiava di farlo figurare come evaso e quindi sarebbe andato incontro a nuovi guai. Il carcerato prese il telefono e chiamò proprio Cappiello spiegandogli la situazione. Il giudice garantì ancora per lui. Una persona d’altri tempi, Adalberto.
Prima di diventare presidente del tribunale apuano (dal 1992 al 2000, quando andò in pensione) è stato presidente di sezione e della sezione penale. Da qui ha seguito come presidente di collegio (con i colleghi Ennio Campanini e Antonio Pulvirenti formava una squadra severa ma giusta) o di corte di assise tutti i processi importanti della nostra provincia: Farmoplant con il risarcimento agli operai, oppure gli omicidi degli anni Novanta. Tutto il penale passava dalle sue mani, fino a quando da presidente del tribunale è passato a occuparsi di separazioni e divorzi. Con un primato che ancora gli riconoscono: le coppie 8 volte su 10 ci ripensavano e facevano la pace. Perché? Gli raccontava la sua storia d’amore con Maria. (d.d.)
Una persona davvero nobile l’ex presidente del tribunale apuano. Ieri mattina quando la notizia ha cominciato a circolare in molti avevano gli occhi lucidi per la commozione. Come il presidente Maria Cristina Failla, che ne ha ricordato il valore di uomo e magistrato. Cappiello era diventato magistrato a venticinque anni e aveva svolto l’uditorato a Torino, dove si era trasferito con la moglie. Lì sono nati i suoi figli e lì ha mosso i suoi primi passi, fino al 1965 quando è arrivato nella nostra città con l’incarico di giudice istruttore (figura eliminata dal codice di procedura penale del 1989). Il magistrato è giovane e preparato e si fa notare per l’attaccamento al lavoro e la professionalità. Tanto che dopo pochi anni gli viene affidato un compito delicatissimo: giudice di sorveglianza. E in questa veste si è speso in una battaglia per chiedere riti alternativi alla detenzione. Numerosi i suoi viaggi a Roma per perorare la causa di chi aveva una pena definitiva e meritava una seconda occasione per rifarsi una vita una volta uscito dal carcere. I suoi familiari ricordano ancora un aneddoto: negli anni Settanta aveva concesso un permesso a un detenuto che doveva scontare venti anni e che era arrivato ormai alla fine della pena. Cappiello gli aveva parlato da uomo a uomo e gli aveva chiesto la sua parola d’onore: «Io la faccio uscire, però poi lei ritorna, vero? Le mancano ancora due mesi e poi sarà libero. Lo faccia per lei». Mentre stava rientrando in carcere però un ritardo del treno rischiava di farlo figurare come evaso e quindi sarebbe andato incontro a nuovi guai. Il carcerato prese il telefono e chiamò proprio Cappiello spiegandogli la situazione. Il giudice garantì ancora per lui. Una persona d’altri tempi, Adalberto.
Prima di diventare presidente del tribunale apuano (dal 1992 al 2000, quando andò in pensione) è stato presidente di sezione e della sezione penale. Da qui ha seguito come presidente di collegio (con i colleghi Ennio Campanini e Antonio Pulvirenti formava una squadra severa ma giusta) o di corte di assise tutti i processi importanti della nostra provincia: Farmoplant con il risarcimento agli operai, oppure gli omicidi degli anni Novanta. Tutto il penale passava dalle sue mani, fino a quando da presidente del tribunale è passato a occuparsi di separazioni e divorzi. Con un primato che ancora gli riconoscono: le coppie 8 volte su 10 ci ripensavano e facevano la pace. Perché? Gli raccontava la sua storia d’amore con Maria. (d.d.)
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