Attenzione
Successo per “l Re d’ Carara”
Piace la commedia in carrarino al Garibaldi, davvero bravi gli attori
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CARRARA. Successo, applausi e risate per la commedia “’l Re d’Carara”, andata in scena al Garibaldi con la Compagnia “Città del Marmo”. Un successo nonostante l’imprevisto della vigilia, il forfait forzato di Camillo Del Padrone, il Nonno, che ha costretto ai salti mortali: così Giuseppe Franchiò Franceschini è passato al duplice ruolo di Narratore e Nonno, da dietro le quinte ci sono state le incursioni del regista Alessio Bernardini, ma nel complesso la serata è trascorsa frizzante ugualmente, grazie alla bravura degli attori e degli “ospiti”, il duo Elsa e Roberto che nell’intervallo ha eseguito con bravura alcune canzoni. Bene anche la giovanissima Laura Maggiali con “Nel castello incantato” e il corpo di ballo della Bernardini dance Academy, che ha portato sul palco Occidentali’s Karma, doveroso omaggio a Francesco Gabbani.
Ma i riflettori erano ovviamente tutti per il Re d’ Carara, Gino Menconi, la moglie, la marchesa Marida Samueli; Dante Alighieri Manuel Mel, il fantasma Anastasia, Linda Zanelli; ma davvero tutti bravi anche gli altri personaggi, la “serva”, la figlia del Re, l’esattore delle tasse, la “cortigiana” Caterina e così via. La trama (saremmo nel 1403) è stata adattata in tempo reale all’attualità: Malaspina viene nominato Re di Carrara e marchese della Lunigiana, ma è un re squattrinato, che dipende dai soldi del nonno, in carrozzina e un po’ datato ma desideroso ancora di compagnia femminile e fissato con lo shopping compulsivo. Tra una risata e l’altra, esce anche la satira politica: la città è piena di debiti, tanto che l’ufficiale giudiziario uno dopo l’altro pignora i quadri, il re asserragliato nel Castello, e che a un certo punto esce con la fatidica frase carrarina: “Micheme...”. La marchesa si diverte con i galerani, il fantasma lo vede solo il Re e anche questo è frutto di gag simpatiche. E poi c’è Dante Alighieri, ospite del castello di via Roma (sebbene fosse morto nel 1321...), che vorrebbe sempre mangiare perché scrivere poesie gli fa consumare energie. E quando la marchesa gli chiede come mai da Firenze abbia chiesto ospitalità a Carrara, gli risponde che è stato il dottore a dirgli che aveva bisogno d’aria di mare, e che infatti a Firenze era magrino e qui è bello pasciuto: «O belo, ma quel dotor lì i niè mica quel ch’i an arestat al Noa?».
In fondo, la situazione economica precipita: per il Re scatta l’arresto per assegno a vuoto, poi gli arresti domiciliari. Un frate cappuccino e le giovani suore al seguito svaligiano tutto. La “Serva” vince al Totocalcio, si offre di prendere lei a servizio il Re e la marchesa, ma alla fine ricompare il nonno dopo la fuga d’amore con la cortigiana, rimette mano ai bagheroni, e tutti vissero felici e contenti. (m.b.)
Ma i riflettori erano ovviamente tutti per il Re d’ Carara, Gino Menconi, la moglie, la marchesa Marida Samueli; Dante Alighieri Manuel Mel, il fantasma Anastasia, Linda Zanelli; ma davvero tutti bravi anche gli altri personaggi, la “serva”, la figlia del Re, l’esattore delle tasse, la “cortigiana” Caterina e così via. La trama (saremmo nel 1403) è stata adattata in tempo reale all’attualità: Malaspina viene nominato Re di Carrara e marchese della Lunigiana, ma è un re squattrinato, che dipende dai soldi del nonno, in carrozzina e un po’ datato ma desideroso ancora di compagnia femminile e fissato con lo shopping compulsivo. Tra una risata e l’altra, esce anche la satira politica: la città è piena di debiti, tanto che l’ufficiale giudiziario uno dopo l’altro pignora i quadri, il re asserragliato nel Castello, e che a un certo punto esce con la fatidica frase carrarina: “Micheme...”. La marchesa si diverte con i galerani, il fantasma lo vede solo il Re e anche questo è frutto di gag simpatiche. E poi c’è Dante Alighieri, ospite del castello di via Roma (sebbene fosse morto nel 1321...), che vorrebbe sempre mangiare perché scrivere poesie gli fa consumare energie. E quando la marchesa gli chiede come mai da Firenze abbia chiesto ospitalità a Carrara, gli risponde che è stato il dottore a dirgli che aveva bisogno d’aria di mare, e che infatti a Firenze era magrino e qui è bello pasciuto: «O belo, ma quel dotor lì i niè mica quel ch’i an arestat al Noa?».
In fondo, la situazione economica precipita: per il Re scatta l’arresto per assegno a vuoto, poi gli arresti domiciliari. Un frate cappuccino e le giovani suore al seguito svaligiano tutto. La “Serva” vince al Totocalcio, si offre di prendere lei a servizio il Re e la marchesa, ma alla fine ricompare il nonno dopo la fuga d’amore con la cortigiana, rimette mano ai bagheroni, e tutti vissero felici e contenti. (m.b.)
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