Proteste
Lucchesi, un solo processo per la truffa e le intimidazioni
di Libero Red Dolce
Il giudice Sgambati ieri in tribunale ha deciso di accorpare quelli che erano procedimenti distinti In aula parla Bambusi: «Fece sparire un milione e mezzo di euro e poi spararono contro casa mia»
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MASSA. Le due strade del processo Lucchesi si riuniscono e diventano un unico procedimento che accorpa quello sulla truffa alla signora Federica Bambusi e quello sulle intimidazioni subite dalla donna nel 2012. La richiesta è stata avanzata dall’avvocato di parte civile, Adriano Martini e il giudice Giovanni Sgambati ha deciso di accoglierla. E con il consenso delle parti ieri hanno deposto come testi sia la signora Bambusi che l’ispettore Moretti che ha portato avanti le indagini sulle intimidazioni.
Federica Bambusi, milanese che da tempo vive a Marina di Massa - era cliente delle banche dove lavorava il dirigente Marco Lucchesi e nel quale aveva la massima fiducia. Il dirigente invece secondo l’accusa l’ha ripulita dei suoi averi in concorso con altre persone. «Spariti oltre un milione e mezzo di euro», ha spiegato la donna in aula.
La donna, sollecitata dal pubblico ministero Roberta Moramarco, ha rievocato alcuni episodi di intimidazioni che ha subito tra il febbraio e il marzo del 2012, qualche mese dopo aver già denunciato Luchesi per la truffa. «Per tre volte mi hanno suonato al videocitofono, le prime due ho visto soltanto un viso da molto vicino, schiacciato sulla telecamera, ma non si capiva quello che diceva. La terza volta mi ha mostrato il calcio di una pistola e ho capito che mi stavano minacciando».
Un mese dopo, il 27 marzo, arrivano gli spari. «Mi svegliai dopo aver sentito sei colpi sordi e feci in tempo dal videocitofono a vedere soltanto una macchina andare via dal vialetto sterrato». La donna aggiunge anche che già nel maggio 2011 suo figlio ricevette delle telefonate intimidatorie dall’imprenditore Stefano Di Ronza, con un messaggio lasciato in segreteria.
Fu la squadra guidata dall’ispettore Moretti a seguire le indagini e raccogliere la deposizione della donna dopo i colpi di pistola. «La signora ci spiegò di questi suoi trascorsi e del legame con Lucchesi e Di Ronza. Noi abbiamo predisposto ed eseguito alcune intercettazioni e così abbiamo scoperto che già Di Ronza era intercettato dalla Direzione distrettuale antimafia per un’indagine sulla camorra, perché legato al clan dei Casalesi. E abbiamo acquisito quelle intercettazioni».
Così, secondo la ricostruzione dell’ispettore Moretti, furono fatti anche accertamenti sui tabulati e sugli sms scambiati. «In corrispondenza dei fatti di febbraio e di marzo si attivava una fitta rete di telefonate tra Lucchesi, Di Ronza e Stefano Garzillo, che secondo la Dda è uomo legato a Di Ronza. Il tono degli scambi, a ridosso degli episodi era con Lucchesi che chiedeva “Fatto?” e Di Ronza che rispondeva “no, c’erano i vicini” o “ancora non so, l’altro dorme fino a tardi”». La prossima udienza del processo ora unificato sarà il 7 febbraio prossimo.
Federica Bambusi, milanese che da tempo vive a Marina di Massa - era cliente delle banche dove lavorava il dirigente Marco Lucchesi e nel quale aveva la massima fiducia. Il dirigente invece secondo l’accusa l’ha ripulita dei suoi averi in concorso con altre persone. «Spariti oltre un milione e mezzo di euro», ha spiegato la donna in aula.
La donna, sollecitata dal pubblico ministero Roberta Moramarco, ha rievocato alcuni episodi di intimidazioni che ha subito tra il febbraio e il marzo del 2012, qualche mese dopo aver già denunciato Luchesi per la truffa. «Per tre volte mi hanno suonato al videocitofono, le prime due ho visto soltanto un viso da molto vicino, schiacciato sulla telecamera, ma non si capiva quello che diceva. La terza volta mi ha mostrato il calcio di una pistola e ho capito che mi stavano minacciando».
Un mese dopo, il 27 marzo, arrivano gli spari. «Mi svegliai dopo aver sentito sei colpi sordi e feci in tempo dal videocitofono a vedere soltanto una macchina andare via dal vialetto sterrato». La donna aggiunge anche che già nel maggio 2011 suo figlio ricevette delle telefonate intimidatorie dall’imprenditore Stefano Di Ronza, con un messaggio lasciato in segreteria.
Fu la squadra guidata dall’ispettore Moretti a seguire le indagini e raccogliere la deposizione della donna dopo i colpi di pistola. «La signora ci spiegò di questi suoi trascorsi e del legame con Lucchesi e Di Ronza. Noi abbiamo predisposto ed eseguito alcune intercettazioni e così abbiamo scoperto che già Di Ronza era intercettato dalla Direzione distrettuale antimafia per un’indagine sulla camorra, perché legato al clan dei Casalesi. E abbiamo acquisito quelle intercettazioni».
Così, secondo la ricostruzione dell’ispettore Moretti, furono fatti anche accertamenti sui tabulati e sugli sms scambiati. «In corrispondenza dei fatti di febbraio e di marzo si attivava una fitta rete di telefonate tra Lucchesi, Di Ronza e Stefano Garzillo, che secondo la Dda è uomo legato a Di Ronza. Il tono degli scambi, a ridosso degli episodi era con Lucchesi che chiedeva “Fatto?” e Di Ronza che rispondeva “no, c’erano i vicini” o “ancora non so, l’altro dorme fino a tardi”». La prossima udienza del processo ora unificato sarà il 7 febbraio prossimo.
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