Il Tirreno

L’addio a Mario Martignoni era il decano dei giornalisti

L’addio a Mario Martignoni era il decano dei giornalisti

Aveva 90 anni, per decenni colonna prima del Telegrafo poi del Tirreno

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CARRARA. Il mondo dell’informazione e del giornalismo apuano è in lutto. È deceduto a 90 anni, compiuti lo scorso 8 settembre, Mario Martignoni, carrarese, decano dei giornalisti della provincia.

Cronista di razza, aveva iniziato alla Nazione per poi passare oltre 50 anni fa al Telegrafo, poi diventato Tirreno, di cui è stato per decenni una vera colonna della cronaca di Carrara e provinciale, e non solo. Fu anche in prima linea nella storica difesa del giornale nel 77, tra i fondatori della cooperativa che mantenne in vita il quotidiano con sede a Livorno, rinato proprio in quel periodo con la testata che ha tuttora Il Tirreno.

Sempre in cerca di notizie, anche dopo la pensione aveva continuato a scrivere assiduamente, raccontando la sua città in tutte le sue sfaccettature. Ultimamente, aveva qualche problema di salute, un malore accusato sabato scorso lo ha portato al decesso avvenuto ieri, sabato, intorno alle 19.

Era stato sposato con l’adorata moglie Mariella Braglia, deceduta tre anni e mezzo fa, lasciando in lui un vuoto enorme, dopo una vita in simbiosi.

Lascia due sorelle, Renata e Rita, e i nipoti Francesca, Guido e Laura, e, per parte di Mariella, i nipoti Giuseppe, Massimo (giornalista del Tirreno, caposervizio a Massa-Carrara) e Maurizio, oltre ai cognati, i pronipoti e gli altri congiunti. A tutti, e in particolare ai nipoti era legatissimo, non avendo lui avuto figli.

Nella sua carriera giornalistica, numerosi gli scoop che è impossibile enumerare, per tutti lo scandalo edilizio degli Anni Sessanta; ha raccontato il periodo degli omicidi irrisolti degli Anni 70-80, la strana storia poi risolta dello sparatore della notte e molto altro. Ha dovuto raccontare, purtroppo, molti casi di incidenti mortali alle cave e nei laboratori.

Era appassionato di montagna, più che di mare, era stato nel gruppo speleologico, e ricordava con piacere quel periodo.

Giovanissimo, non ancora diciassettenne fu volontario di Salò, poi finì in campo di concentramento a Coltano. La sua strada era il giornalismo, e riuscì ben presto a diventare un punto di riferimento della cronaca, in particolare per la “nera”.

Non ha mai perso fino all’ultimo il suo spirito di carrarino legato alla città, negli ultimi anni era amareggiato nel vedere Carrara ridotta così male, lui che ne aveva vissuto i fasti degli Anni d’oro, quando a Carrara venivano dal circondario a comprare, c’erano i più bei negozi, tre teatri, sette cinema solo in centro, e ne ricordava tutti i nomi.

Aveva una grande passione anche per la Carrarese, che negli Anni Sessanta seguiva anche come fotografo; e proprio questo gli costò un dito pollice, perché nel ’63 raccogliendo un petardo lanciato dalla curva, questi gli esplose in mano.

Spirito critico, irriverente, sempre pronto alla battuta, ma anche generoso e disponibile ad aiutare chi aveva un momento di difficoltà. Aveva un particolare rapporto di fiducia con le forze dell’ordine, un rapporto instaurato in decenni di esperienza. Sapevano che potevano fidarsi di lui, e hanno continuato a farlo, fino all’ultimo, anche se da un paio d’anni non scriveva più per il Tirreno. Ma fino all’ultimo ha continuato a dare segnalazioni, a suggerire idee per servizi.

Era un cronista nato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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