Sicurezza
Il suo scoop preferito era stato quello della moglie illibata
Un ricordo di Mario Martignoni, decano dei cronisti di Carrara
Avevo poco più di 13 anni quando lo zio Mario ebbe un problema di salute, una sciatica noiosa. In quel periodo, la redazione di Carrara era di due persone, lui e Aldo Muracchioli, più i collaboratori esterni. Era la primavera del 77. A me e a mio fratello più grande (di due anni) ci chiese di dare una mano in redazione, e così iniziò la mia collaborazione. Primi articoli di sport, primi comunicati ricopiati, e un’aria di redazione irripetibile. Goliardica, allegra, anche perché i ritmi di lavoro erano lontanissimi dagli attuali. Una pagina, a volte due; il menabò e i titoli li facevano da Livorno, dalla redazione si mandavano gli articoli scritti a macchina più le fotografie con il “fuorisacco”. Mio zio Mario aveva tutto il tempo per cercare notizie, faceva i giri canonici in ospedale, dai carabinieri, al commissariato, e poi aveva le sue fonti, che ovviamente non ha mai rivelato a nessuno. E noi avevamo il tempo di imparare il mestiere. A lui piaceva ascoltare, sapeva che la notizia poteva uscire nel momento più impensato. Fra i tanti scoop, quello che ricordava con più gusto era quello della “moglie illibata”, una storia che, assicurava, aveva sentito al mercato del lunedì, suo abituale territorio di caccia di anteprime. Aveva scoperto che in viaggio di nozze “lui” non aveva neppure toccato “lei”. A lamentarsene era la mamma della sposina, a bassa voce. Anni 60, la notizia fece il giro del mondo. Non c’erano privacy, diritto alla riservatezza, niente: tutto fu messo in piazza, Mario aveva l’esclusiva, gestiva sia la famiglia di lei che quella di lui, centellinava le interviste. In realtà, si scoprì che lo sposo non avrebbe voluto quel matrimonio, Mario portò avanti la storia per mesi a colpi di articoli fino a quando entrambi si risposarono felicemente.
Quando nel 77 furono tutti licenziati, non si perse d’animo. Iniziò a fare la spola con Livorno, per essere vicino alla cooperativa; fu un periodo di grande coesione e solidarietà, e fu tra i protagonisti. E aveva già 50 anni quando il Tirreno fu il pioniere nell’introdurre le nuove tecnologie, dalla telescrivente, una apparecchiatura pionieristica con la quale mandava le ultime notizie, si trovò a far fronte al video terminale, alla “telecopier” per inviare le fotografie; ai modelli dei titoli. La linea di trasmissione era una sola... Altri tempi. Mario li ha saputi attraversare puntando tutto su quello che sapeva fare meglio: raccogliere notizie e storie, e raccontarle. Stava lontano più che poteva dai palazzi della politica, e scriveva. Tutto redazione e famiglia. La redazione era il suo mondo. E poi c’erano gli amici, che uno alla volta se ne sono andati e anche di recente, nei nostri pranzi domenicali che erano ormai diventati un “amarcord”, diceva amaramente: “Sono morti tutti”. La chiamava la “ghenga”, e lui era il leader riconosciuto. Incontenibile, incontrollabile. Fin dai tempi della scuola. “Sono stato espulso da tutte le scuole del Regno”, raccontava. Motivo? Nottetempo, era andato con un amico fraterno a sostituire il compito di latino; sapeva di averlo sbagliato. Ma non sapeva che la professoressa faceva un impercettibile segno con il lapis nel foglio protocollo. Il giorno dopo, lui e l’amico furono convocati dal preside e dal corpo insegnanti. Espulsi dieci giorni, scuola finita. Andò volontario con la Repubblica sociale, fu fatto prigioniero. «A Coltano facevo la fame - ci diceva - un giorno viene a trovarmi mia madre, finalmente si mangia pensavo. E invece mi avevano portato i libri di latino e matematica, “almeno studi”... Quei libri hanno fatto una brutta fine».
Ci fu anche chi tentò di corromperlo: «Qui c’è un milione, uno per te e uno per il tuo collega... Basta che la smettete di darci addosso». Quei soldi ovviamente non li prese...
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Prima di sposarsi, visse per un periodo anche a Roma, dirigente di una organizzazione di scambi internazionali di studenti, e a Milano, ospite di un parente. Ma amava troppo la sua città. «Chiudevamo le luci di Carrara, io e i miei amici, l’Arabo, il Patarra e gli altri, che tempi; Carrara era piena di vita. Ora se vado in giro la domenica o in via Roma... c’era più gente con il coprifuoco...».
Il trauma della morte di mia zia era stato forte. Con lei a fianco aveva superato un brutto infarto, con dieci giorni di coma, una decina d’anni fa. Ora, con il suo bastone usciva due volte al giorno, aveva le sue tappe fisse, al bar e in via Roma. Lo spirito era sempre quello, battagliero. Ma era un po’ stanco della vita: «Cosa sto a fare...», «Ma smettila...», lo tiravamo su, un po’ tutti. E ripartiva, a criticare. Sabato scorso, un altro infarto con ictus. All’inizio sembrava gravissimo, poi che stesse un po’ meglio. Ieri la situazione è precipitata. Aveva perso la voglia di sorridere, lui che era irriverente, campione di scherzi e di battute.
A noi restano il suo ricordo, le sue battute, la sua sincerità onesta. E non è poco.
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