Il Tirreno

“Quel che resta” a Torano

“Quel che resta” a Torano

La speciale panchina che in una teca ha venti scarpe rosse

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CARRARA. E’ di marmo con la spalliera che diventa una teca di vetro, a custodire una ventina di scarpe rosse, scelte tra le più particolari e significative nelle oltre 700 che Emma Castè ha ricevuto da chi rispose al suo appello partito nel 2013, durante l'edizione di quell'anno di Torano-notte e giorno. Nessuno l’ha ancora vista, questa speciale panchina, perché sarà inaugurata solo sabato 25 novembre alle 11, in piazza Domenico Guidi a Torano, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. «Credo che Torano diventi così l’unico paese in Italia ad avere una installazione fissa contro il femminicidio» dice Emma Castè nel raccontare la storia di questo progetto, voluto e creato da lei ma forse un po’ voluto e creato anche dal destino. Successe, spiega Emma Castè, che quando nel 2013 lei prese in mano la direzione artistica del Festival Torano –Notte e giorno, erano già due anni che le era rimasto in gola un urlo, una specie di Urlo di Munch, racconta, nato da un fatto privato accadutole due anni prima. Da questo bisogno, Emma decide di creare all’interno di Torano-Notte e giorno una installazione, dal titolo “Quel che resta”, con delle scarpe rosse disposte sui gradini della Chiesa del paese: «All’epoca, solo l’anno prima si erano cominciate a vedere scarpe rosse a simboleggiare la violenza sulle donne» spiega. Il destino volle che la stessa sera dell’inaugurazione del Festival ci fu un fatto di sangue gravissimo a Massa, venne uccisa una ragazza, Cristina, per mano dell’ex marito: «La mattina dopo sui giornali compariva a tutta pagina la notizia di Cristina e nella pagina accanto la foto delle mie scarpe rosse sui gradini della Chiesa e da quel momento, i giornali nella loro eco mediatica, legarono insieme le mie scarpe a Cristina e dal mio successivo appello risposero numerosi, portando le proprie scarpe rosse: venne Susanna Camusso, venne la stilista Chiara Boni, vennero molti artisti, ma soprattutto venne la gente comune».

Emma racconta che ci fu un crescendo durante la manifestazione e che cominciarono a telefonarle moltissime persone che avevano subito abusi: «Mi portavano le loro scarpe e mi dicevano: sono le scarpe che indossavo quando mi ha picchiato l’ultima volta» continua a raccontare Emma. Alla fine di agosto di quel 2013, Emma venne poi contattata perché portasse le scarpe rosse in occasione della festa per il compleanno di Cristina, voluta dai genitori e organizzata ai piedi del Duomo di Massa: «Fu allora che i genitori di Cristina mi affidarono le scarpe della figlia scelte appositamente da loro- ha confidato Emma-scarpe che io ho deciso di mettere nella teca insieme alle altre. Dal giorno di quell’appello hanno continuato ad arrivare moltissime scarpe rosse, molte delle quali erano delle vere e propri opere d’arte e da lì è nata l’idea della panchina-installazione. Vorrei che si sapesse che Torano lotta con la donna, ma penso anche che non si debba tanto insegnare alla donna a difendersi quanto a ricostruire quello che ha perso, la sua autostima: è il messaggio che sto cercando di diffondere anche con l’associazione 2.Donna» ha concluso poi Emma.

Francesca Vatteroni

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