Il Tirreno

«Volevamo salvarlo, ora non dormiamo più»

«Volevamo salvarlo, ora non dormiamo più»

Nel giorno del funerale di Piero Casonato parlano gli operai che hanno tentato di sottrarlo alla morte: «Un vuoto indescrivibile»

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MASSA. «Ho trascinato il corpo di Piero mentre Marco tentava di passargli sopra con l’auto un’altra volta. Era completamente fuori di sé. Io e mio fratello abbiamo provato a fermarlo in ogni modo, anche sollevando l’auto prima che accelerasse per passare sopra al corpo del fratello. Ricordo solo che Piero chiedeva pietà, aveva il collo viola».

Nel giorno del funerale di Piero Alessandro Casonato, il medico ucciso il 1 novembre scorso dal fratello nel parco di Villa Massoni, di cui i due erano proprietari, la ferita di quel pomeriggio di terrore si riapre. E fa male. Soprattutto a Pio e Luca Iussi, i due operai di etnia sinti che lavoravano nel giardino della villa. «Cammino per strada e mi sembra di avere Piero davanti a me. Lo vedo ovunque – dice ancora Pio – mi porterò dietro il peso di averlo visto morire per tutta la vita». Al santuario delle Grazie c’è un gruppo ristretto di amici di Piero Casonato. Cerimonia composta. Poche lacrime, molti silenzi. Marco e Piero, da fratelli a nemici. Con la gestione della villa come miccia che ha fatto esplodere la bomba omicida. «Ho tirato una bombola del gas sull’auto di Marco, per evitare che proseguisse nella sua follia. Poi ho avuto una colluttazione con lui, ho tentato di fermarlo sporgendomi all’interno della macchina dal finestrino. Non c’è stato niente da fare» racconta Luca Iussi mentre non riesce a trattenere la commozione. Marco Casonato, che prima di assassinare il fratello era il custode giudiziario di Villa Massoni, non voleva i sinti a lavorare dentro la villa. Lo aveva scritto anche alla procura, più di una volta.

«In due mesi e mezzo abbiamo ripulito tutto il parco – spiega Luca – e il giorno dell’omicidio dovevamo prendere il nostro stipendio, ma ora ai soldi non ci pensiamo. Piero non c’è più e io non riesco a chiudere occhio, dormo sul divano di casa di mia mamma, ogni dieci minuti mi sveglio col cuore che batte a mille. È un incubo».

Progetti di riqualificazione rimasti su carta, bloccati sistematicamente da quell’odio che poneva sempre Marco e Piero su due posizioni diametralmente opposte. Eppure un lento processo di valorizzazione della villa, o almeno dei suoi beni storici, stava prendendo corpo, come rivela l’architetto Bruno Manfredi: «Con Marco stavamo cercando di riordinare l’archivio storico della villa, grazie anche all’aiuto dell’architetto Claudio Palandrani. C’erano documenti storici che andavano riorganizzati». Prima della tragedia, dunque, Marco Casonato si era attivato per creare un grande libro dei ricordi della villa. Per farlo aveva chiesto aiuto all’associazione culturale Apuamater, come racconta ancora Manfredi: «Ci vedevamo e cercavamo di riordinare vecchi scritti e lettere antiche. Poi è successo quello che è successo, un dramma». L’ultimo saluto a Piero Alessandro Casonato è durato poco più di mezz’ora, celebrato da don Leonardo Lotti, che dall’altare ha ricordato la vittima: «Preghiamo per la vita spezzata di Piero», ha detto, prima di rivolgere un pensiero anche al fratello Marco, ancora detenuto all’interno del carcere di Massa, che al suo avvocato, Valter Mattarocci, continua a dire che non ha ucciso volontariamente, ma che si è trattato di un incidente in seguito a una presunta aggressione da lui subita da parte degli operai sinti: «Un pensiero va anche a Marco – ha concluso don Leonardo – che in questo momento è in carcere e che sicuramente non sta attraversando un periodo facile».

Tommaso Silvi

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