La manifestazione
Omicidio Taibi, la difesa di Vignozzi presenta il ricorso
L’avvocato Di Martino contesta la condanna all’ergastolo «Un gesto non premeditato, solo preterintenzionale»
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CARRARA. L’avvocato Enrico Di Martino, difensore di Roberto Vignozzi, l’ex postino condannato all’ergastolo per aver ucciso con un colpo di revolver il maresciallo dei carabinieri Antonio Taibi, ieri mattina ha presentato il ricorso in appello. La difesa ritiene che la sentenza pronunciata dalla corte di assise di Massa, presieduta dal giudice Giovanni Sgambati, sia da riformulare. Adesso Genova dovrà fissare la data del processo di secondo grado. Ma se ne riparlerà a inizio 2018.
Già a Massa Di Martino aveva provato, con la sua arringa, a convincere la giuria, ma le sue parole non avevano fatto breccia. «Non è stato un delitto premeditato, non è stato neppure un gesto volontario - aveva detto il legale -: Roberto Vignozzi deve essere condannato per omicidio preterintenzionale (non voleva uccidere ma è successo) e soprattutto non bisogna contestargli le aggravanti elencate dal pubblico ministero (motivi futili e abietti) ma concedergli le attenuanti generiche. L’imputato merita una pena di giustizia, non l’ergastolo come vuole l’accusa». Aveva concluso così dopo due ore di arringa per tentare di smontare pezzo dopo pezzo la ricostruzione fatta dal sostituto procuratore Alberto Dello Iacono nell’udienza precedente, per non fare pronunciare quel "fine pena mai" alla corte.
Anche nel suo ricorso il legale sostiene la stessa tesi, partendo dall’anno 2007: il maresciallo Taibi era diventato un’ossessione nella «testa malata» del pensionato, «perché il sottufficiale nella vita di questa famiglia difficile, con due figli scapestrati, è entrato soltanto una volta per fare una perquisizione in casa e sequestrare un minimo quantitativo di hashish che Riccardo Vignozzi, primogenito del postino, nascondeva perché era diventato dipendente dalle sostanze stupefacenti». Poi Taibi non aveva più avuto nulla a che fare con i Vignozzi. Nemmeno quando Riccardo era stato arrestato pochi mesi dopo per aver ceduto 500 pasticche di ecstasy a un’altra persona. Per quella vicenda il ragazzo aveva pagato, se ne era assunto le responsabilità scontando tre anni e sei mesi di carcere. Eppure il padre si era convinto che era stato Taibi a incastrarlo, insieme al brigadiere Caria, proponendogli di dare una mano agli inquirenti in un’indagine delicata sul narcotraffico. L’avvocato Di Martino nega anche nella richiesta di appello che il suo assistito si sia recato altre volte in via Monterosso, dove abitava il sottufficiale che ha assassinato. «Mai, non è mai andato in quella strada. Soltanto quella maledetta mattina del 27 gennaio. E non c’è andato, nonostante avesse con sé una pistola, per uccidere, ma per avere una dichiarazione di responsabilità di Taibi, voleva nella sua follia che il militare dicesse che quello sfacelo familiare era anche colpa sua. Quando ha ricevuto il rifiuto ha perso il controllo e nel tentativo di mostrare la pistola a Taibi l’ha estratta dalla tasca del giubbotto ed è partito un colpo. Il colpo mortale che ha freddato quello che era diventato la sua ossessione. Ma non voleva, è stata una disgrazia», questa la sua convinzione.
Le motivazioni della sentenza di primo grado (vedi box) però sono molto nette su questo punto e dicono come non è possibile che si sia trattato di una disgrazia. Anzi, Sgambati, il suo collega togato Alessadro Trinci e i giudici popolari dimostrano come quel colpo di pistola sia stato del tutto volontario. (d.d.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Già a Massa Di Martino aveva provato, con la sua arringa, a convincere la giuria, ma le sue parole non avevano fatto breccia. «Non è stato un delitto premeditato, non è stato neppure un gesto volontario - aveva detto il legale -: Roberto Vignozzi deve essere condannato per omicidio preterintenzionale (non voleva uccidere ma è successo) e soprattutto non bisogna contestargli le aggravanti elencate dal pubblico ministero (motivi futili e abietti) ma concedergli le attenuanti generiche. L’imputato merita una pena di giustizia, non l’ergastolo come vuole l’accusa». Aveva concluso così dopo due ore di arringa per tentare di smontare pezzo dopo pezzo la ricostruzione fatta dal sostituto procuratore Alberto Dello Iacono nell’udienza precedente, per non fare pronunciare quel "fine pena mai" alla corte.
Anche nel suo ricorso il legale sostiene la stessa tesi, partendo dall’anno 2007: il maresciallo Taibi era diventato un’ossessione nella «testa malata» del pensionato, «perché il sottufficiale nella vita di questa famiglia difficile, con due figli scapestrati, è entrato soltanto una volta per fare una perquisizione in casa e sequestrare un minimo quantitativo di hashish che Riccardo Vignozzi, primogenito del postino, nascondeva perché era diventato dipendente dalle sostanze stupefacenti». Poi Taibi non aveva più avuto nulla a che fare con i Vignozzi. Nemmeno quando Riccardo era stato arrestato pochi mesi dopo per aver ceduto 500 pasticche di ecstasy a un’altra persona. Per quella vicenda il ragazzo aveva pagato, se ne era assunto le responsabilità scontando tre anni e sei mesi di carcere. Eppure il padre si era convinto che era stato Taibi a incastrarlo, insieme al brigadiere Caria, proponendogli di dare una mano agli inquirenti in un’indagine delicata sul narcotraffico. L’avvocato Di Martino nega anche nella richiesta di appello che il suo assistito si sia recato altre volte in via Monterosso, dove abitava il sottufficiale che ha assassinato. «Mai, non è mai andato in quella strada. Soltanto quella maledetta mattina del 27 gennaio. E non c’è andato, nonostante avesse con sé una pistola, per uccidere, ma per avere una dichiarazione di responsabilità di Taibi, voleva nella sua follia che il militare dicesse che quello sfacelo familiare era anche colpa sua. Quando ha ricevuto il rifiuto ha perso il controllo e nel tentativo di mostrare la pistola a Taibi l’ha estratta dalla tasca del giubbotto ed è partito un colpo. Il colpo mortale che ha freddato quello che era diventato la sua ossessione. Ma non voleva, è stata una disgrazia», questa la sua convinzione.
Le motivazioni della sentenza di primo grado (vedi box) però sono molto nette su questo punto e dicono come non è possibile che si sia trattato di una disgrazia. Anzi, Sgambati, il suo collega togato Alessadro Trinci e i giudici popolari dimostrano come quel colpo di pistola sia stato del tutto volontario. (d.d.)
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