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Alvise Lazzareschi: ma quello che più conta è sempre il buon senso

Alvise Lazzareschi: ma quello che più conta è sempre il buon senso

CARRARA. Anche nella cava di Alvise Lazzareschi verrà installata una delle centraline che controlleranno le temperature percepite. E lui, che nelle cave c’è nato e cresciuto parla di questa novità,...

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CARRARA. Anche nella cava di Alvise Lazzareschi verrà installata una delle centraline che controlleranno le temperature percepite. E lui, che nelle cave c’è nato e cresciuto parla di questa novità, di come è cambiato il lavoro al monte e di molto altro.

«Una centralina per le temperature la metteranno anche da me: il concetto è farsi riconoscere la Cassa Integrazione fornendo dei dati oggettivi» ha spiegato Alvise, che il mestiere del cavatore lo conosce bene con 35 anni di lavoro in cave alle spalle e una gran voglia di raccontarlo, tanto da arrivare a scrivere l’ormai conosciuto e letto “La Casa del colonnello” edito per la Rizzoli di indiscusso successo.

«La mia convinzione è che serva tanto buon senso - dice Alvise- ’estate scorsa per esempio di mia iniziativa dissi ai ragazzi che non si poteva lavorare con quel caldo e che si doveva modificare l’orario di lavoro: a mezzogiorno tutti a casa, dissi loro. Sta un po’ all’intelligenza del direttore dei lavori e del datore di lavoro deciderlo».

Alvise Lazzareschi che inizia il suo libro descrivendo proprio la giornata di lavoro attuale in cava e che poi, riga dopo riga, risale nel tempo e lascia spaziare i suoi ricordi di bimbo degli anni 60, sempre legati alle cave, per poi portare i ricordi ancora più lontano grazie a delle lettere del padre, risalenti agli anni 30, spiega come sia cambiato in meglio il lavoro del cavatore, pur restando molto pericoloso.

«La tecnologia ha reso meno pesante il lavoro in cava-ha precisato il cavatore-scrittore, come ama definirsi-basti pensare che l’obbligo di sospendere i lavori in caso di ghiaccio non c’è sempre stato: inizialmente era sufficiente pulire il piazzale, senza però considerare che se la strada era ghiacciata i mezzi di soccorso non sarebbero potuti arrivare o basti pensare che oggi sui mezzi pesanti, dentro la cabina c’è l’aria condizionata oppure ancora che una volta la riquadratura veniva fatta dal riquadratore con mazzuole e subbia anziché, più comodamente con il filo diamantato».

Sono tante le figure e le mansioni che la tecnologia ha fatto sparire in cava, ha continuato a raccontare Alvise Lazzareschi: non c’è più il bagascio, cioè l’apprendista di cava, non c’è più il lizzatore, che è stata una delle figure più a rischio di incidenti in cava, non c’è più il capannaro che era il guardiano della cava e che abitava in una capanna dentro la cava: «Non c’è donna con età che va dai 70 agli 80 anni, di Codena o Bedizzano o di Colonnata o di qualche altro paesino che non abbia lavorato in cava, portando sulla testa sacchi di iuta contenenti la rena, cioè la sabbia silicia, che serviva, mescolata con l’acqua per tagliare il marmo» ha continuato a raccontare Alvise.

Insomma, il lavoro in cava, con il tempo e grazie alla tecnologia si fa sempre meno pesante ma il fattore pericolo non cambia: «Si ha sempre a che fare con la montagna» ha ricordato Alvise Lazzareschi.

(fra.vatt.)

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