Proteste
C’è un’eredità per voi, ma è una truffa
Massa: cercano di spillare soldi a un istituto religioso. La madre superiora non si fida del falso notaio di Roma e li denuncia
MASSA. Il direttore di un ufficio postale, una segretaria e il notaio. In ballo un’eredità di quasi centomila euro che una nobildonna piemontese, morta a 105 anni, ha lasciato a un istituto religioso apuano che l’aveva ospitata per qualche mese facendole passare l’estate più divertente della vita sua.
Una bella storia, se non fosse una truffa congeniata da tre individui con una fedina penale lunga così. Il colpo - le suore per incassare il lascito avrebbero dovuto versare settemila euro di tasse in due tranche - però è stato mandato in fumo dalla squadra mobile, avvisata dalla madre superiora che a quella eredità non ci aveva mai creduto.
Ma per capire la vicenda bisogna fare un passo indietro di due anni, riavvolgere il nastro dall’inizio. È l’autunno del 2015 quando un sedicente direttore di un ufficio postale di Marina di Massa chiama il convento. L’uomo parla con la responsabile e le dice che è giacente un lascito per l’istituto religioso di una nobildonna piemontese di oltre ottantamila euro. «Vi ha voluto ringraziare per quanto avete fatto per lei durante le sue ferie estive nell’ultima parte della sua vita».
La madre superiora ne prende atto, ma prima che riesca a buttare giù la cornetta il direttore lesto lesto le passa la sua segretaria: «È lei che si occupa della parte burocratica e per avere quei soldi ci sono delle pratiche da sbrigare». La ragazza dice che il testamento si trova nello studio di un notaio a Roma, ma che era possibile anche contattarlo telefonicamente dato che c’era tutta la disponibilità a chiudere nel più breve tempo possibile la questione. Il professionista spiega alla madre superiora che per il rogito ereditario occorre pagare le tasse di successione: «Sono settemila euro che dovete versare in due bollettini. Prima lo fate, prima sblocchiamo il lascito». La suora però sente puzza di bruciato e invece di pagare racconta la vicenda alla polizia. La denuncia arriva sulla scrivania del capo della squadra mobile Antonio Dulvi Corcione, che sguinzaglia i suoi uomini per dare la caccia ai malviventi.
La truffa è evidente, anche perché l’ufficio postale di Marina di Massa dice che non esiste alcuna eredità in giacenza. Gli agenti hanno soltanto un paio di numeri di telefono, ma bastano per risalire all’identità dei responsabili. Il primo a essere individuato è un trentenne pugliese, da tempo trasferitosi da Bari al nord Italia. Da lui è un attimo arrivare alla sua fidanzata, che interpretava la segretaria tuttofare del direttore della Posta. E infine il terzo uomo, che al momento però non è indagato in quanto non parte attiva nel raggiro. Era però il collante della gang, secondo gli inquirenti.
La mobile grazie ai loro nomi scopre che avevano fatto lo stesso giochetto a un sacerdote, in un’altra regione. E il prete aveva versato fino all’ultimo centesimo in attesa di incassare il lascito. Attesa che non è mai terminata. Dopo la sua denuncia il trentenne era finito in carcere e dalla cella ha ricevuto la notifica della seconda inchiesta che rischia di privarlo della sua libertà per un bel po’ di anni. <QM>(d.d.)
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