Sicurezza
Caso Corini, la sorella: «Mai pensato di ucciderlo»
Parla la sorella dell’avvocato Marco Corini: «C’erano almeno cinque persone al suo capezzale, questa accusa è una follia»
MASSA-CARRARA. «Dopo quello che mi era successo avevo due alternative: o togliermi la vita o decidere di attraversare questo inferno. Ho trovato due difensori meravigliosi che mi stanno portando per mano attraverso l’inferno». Voce cadenzata e profonda, che trattiene a fatica un dolore enorme. Marzia Corini, medico anestesista, nel febbraio 2016 è stata accusata di aver ucciso il fratello Marco Valerio Corini, malato terminale di cancro, con una sedazione mortale a base di Mizadolam. Si è sempre dichiarata innocente.
Ieri, dopo un lungo silenzio, ha scelto di presentarsi in udienza da sola, senza gli avvocati Anna Francini e Tullio Padovani. E di parlare, parlare per opporsi «a un’indagine condotta in maniera superficiale e faziosa, con una selezione tendenziosa di mail, telefonate e messaggi». Che hanno trasformato, quella che per la dottoressa «doveva essere la ricerca della verità, in una follia: la ricerca di conferme a una verità folle e precostituita». Quella della sua colpevolezza di fratricida.
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Ci aveva già provato a parlare, racconta, sempre in aula. Voleva dire la sua, fermarsi nei dettagli per fare esplodere le contraddizioni che vedeva nella tesi accusatoria. «Provai il 30 giugno davanti al pm Monteverde che però mi ha interrotto dopo pochissimi minuti dicendomi di essere sintetica, nonostante lui avesse preso un anno e 4 mesi della mia vita tramutandoli in follia».
In estrema sintesi, l’accusa è di aver ucciso il fratello per potersi accaparrare l’eredità, prima che lui la destinasse nel testamento alla fidanzata Isabò Barrack . Un’accusa che detona nella sua vita e la costringe a rivivere in un “loop” costante gli ultimi mesi del fratello, il loro conflittuale passato, le scelte dolorose di una vita.
«Non ho mai nemmeno pensato di uccidere mio fratello, la sola colpa grave che ho, e che non mi perdonerò mai, è quella di avere accolto tardi le sue richieste di aiuto e supporto».
Avevano interrotto ogni rapporto da 15 anni. «Differenze personali», spiega senza approfondire oltre. Poi le affiorano alla mente le accuse, apparse sui giornali o sibilate alle spalle: “hanno litigato per l’eredità del padre”. E decide di essere precisa: «Abbiamo litigato perché sono gay. Una scelta che mia madre e mio fratello non hanno mai accettato. Ma non ho vergogna a dirlo».
La procura per mesi la intercetta. Una conversazione, in particolare, la inchioderebbe per il pm. Parla con l’amica Susanna Cacciatori, eccola: Marzia: «Ma tu l’hai capito che se io non avessi sedato Marco in quel giorno lui non sarebbe morto?... Perché lui è morto quando io l’ho sedato». Susanna: «Sennò quanto andava avanti?». Marzia: «Forse un mese o due». Per la procura una confessione, per la dottoressa uno sfogo, un mettersi in croce.
«Io in quel momento sentivo ogni evento che era capitato a mio fratello come mia responsabilità e in questo mettevo anche la sedazione». La stessa conversazione, sostiene, l’ha avuta con il primario di Pisa del reparto di Anestesia e rianimazione Paolo Malacarne. «Gli ho detto che dose avevo usato, mi rispose: “Ma sei scema? Di che ti accusi, non ucciderebbe nessuno”». «La mattina della morte di mio fratello è venuta un’infermiera del servizio delle cure palliative che ha effettuato un prelievo arterioso che dimostra nero su bianco che lui stava morendo. Prima che io cominciassi la sedazione». Ed è un’analisi che è nel fascicolo.
C’è poi il capitolo del farmaco usato, il Midazolam, che è stato sottratto dall’ospedale. «Sì, se lo vogliamo chiamare furto chiamiamolo così. L’ho preso senza dire nulla ai miei colleghi, non li volevo coinvolgere». Ma perché lo ha fatto, non poteva prescriverlo? «È un farmaco solo ospedaliero, non avrei potuto. E all’epoca non sapevo che dove viveva mio fratello erano disponibili le cure palliative a domicilio».
La dottoressa Corini per lavoro viaggia molto, sta con “Medici senza frontiere”. È in Siria quando sa della diagnosi del fratello con il quale non parla da tre lustri. «Vengo a sapere che sarebbe stato curato a Cisanello con un’operazione invasiva e poi radioterapia e chemioterapia. Un percorso duro, ma l’unico possibile. E non ho più sue notizie».
Il fratello riappare nel radar nel marzo 2014. È peggiorato, ha scelto una cura micro invasiva. «Un percorso sbagliato che ha condizionato irreversibilmente la vita di mio fratello e la sua terapia». Qualche mese dopo un amico comune, medico, le consegna un biglietto del fratello. Dietro c’è scritto: «Quando vuoi, dove vuoi». Lei decide di ignorarlo. Non se lo perdonerà.
«Accolgo le sue richieste nel novembre nel 2014 e decido di raggiungerlo. Stava già molto male. Contattai un oncologo di New York, un carteggio di un anno dove il medico prende in mano la situazione. Anche questo è presente sul mio computer, ma non se ne fa menzione nelle conclusioni della procura»:
Racconta di raggiungerlo praticamente ogni mese e di sentirsi spesso su Skype. «Hanno raccontato che sarei venuta solo nell’agosto del 2015, per ucciderlo. Una falsità, nel mio computer ci sono tutte le prenotazioni aeree. Tornavo quasi ogni mese, ho preso anche 30 giorni di aspettativa».
È precisa nel rievocare i fatti, anche se la materia che tratta è un magma che le brucia dentro. La voce roca ogni tanto si infiamma quando passa ai particolari medici, quando è costretta ad arrivare alle ultime ore del fratello, morto il 25 settembre 2015. Vive l’accusa come un personaggio di Kafka. Un’assurdità, lo ripete più volte. Come medico e come sorella.
«Quella mattina ho chiamato cinque volte il palliativista chiedendogli di passare, due oncologi, un altro medico della medicina del dolore che ha seguito mio fratello e facendo stare al suo capezzale cinque o sei persone. Lo avrei ucciso con una somministrazione di otto ore. Non ne sarei capace, chi lo sarebbe?». Dal cuore del suo inferno personale ha lanciato queste fiamme. Ora vuole soltanto uscirne; nel processo, spera, troverà la strada.
Libero Red Dolce
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