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Carrara, quel blocco romano predisposto alla lizzatura

Carrara, quel blocco romano predisposto alla lizzatura

Il professor Enrico Dolci commenta l’importante ritrovamento archeologico. «Le caratteristiche dicono che la parte inferiore era stata spianata a scalpello» 

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CARRARA. Il maxi-blocco recentemente localizzato a Vara dice parecchio sull’industria marmifera impiantata sui monti di Carrara dai romani di Luni nel corso del I secolo a. C. Come sottolinea lo scopritore, il professor Enrico Dolci, la cinquantina di quintali di peso è sicuramente un “record” (almeno per quanto ritrovato fino ad oggi) soprattutto perché concentrati in un unico “pezzo” ma sappiamo che le cariche di lizza effettuate in epoca romana anche nelle cave lunensi potevano arrivare comunque a 30-40 quintali, suddivisi in 4-5 o più blocchi riquadrati. Il sistema di lizzatura era identico a quello usato anche in epoca moderna, comprese le vie di lizza. Il blocco di Vara presenta due grosse protuberanze che servivano per gli ancoraggi delle funi utilizzate nelle operazioni di sollevamento. Il che ci porta a considerare che il Portus Lunae doveva avere in antico una presenza cospicua di “machinae” per il sollevamento dei blocchi che, come sappiamo dalle documentazioni, avevano anch’esse dimensioni piuttosto imponenti ed erano utilizzate per il caricamento dei marmi sulle “naves lapidariae” .

Di conseguenza - osserva ancora il professor Dolci - l’area del porto industriale di Luni, che doveva accogliere i numerosi materiali marmorei provenienti dalle cave e tutto l’apparato tecnico per la movimentazione, aveva sicuramente dimensioni notevoli e probabilmente era collocato nell’area della “Seccagna” , ad occidente della città. Questo porto industriale non deve essere confuso con quello commerciale e civile, di cui in passato sono state trovate parti delle banchine vicino al lato meridionale delle mura di cinta di Luni, al quale si accedeva direttamente dal “cardo maximus” cittadino.

C’è anche da considerare che i reperti che andiamo ritrovando oggi sulle nostre montagne (pur avendo raggiunto un numero considerevole) non sono che “briciole” di quello che dovette essere per alcuni secoli l’imponente industria marmifera lunense. In genere si tratta, infatti, di pezzi abbandonati nell’area delle cave antiche o perché portatori di difetti nel marmo, emersi durante la semilavorazione effettuata direttamente in cava dalle maestranze lunensi, o perché non corrispondenti alle misure richieste dalla committenza.

Anche il blcco di Vara era stato lizzato o era stato preparato per esserlo, come dimostra il fatto che nella parte inferiore, quella che doveva essere adagiata sui “parati” , era stato spianato a scalpello. La siglatura effettuata a scalpello sulla parte superiore del blocco reca l’indicazione della cava, indicata col numero 10 (Loco decimo), la sigla della proprietà imperiale della cava stessa o del blocco (CAEsaris) ed il numero progressivo della produzione “310” . Interessante il fatto che, in questo come in altri casi a Carrara, la siglatura effettuata in cava può anche indicare una concessione data ad un escavatore privato che pagava all’imperatore un canone col marmo prodotto. Inoltre, il numero “CCCX” evidenzia come il blocco provenga da una cava grande e molto produttiva.

Dolci ricorda che negli spazi esterni del Museo Civico del Marmo sono conservati 134 semilavorati marmorei di epoca romana provenienti dalla cave di Carrara di cui ben 65 recano incisa una siglatura latina, detta “nota lapicidinae” . Di questi 65 blocchi siglati, due sono conservati all’interno e recano impressa una vera e propria iscrizione in lingua latina nella quale è citato per esteso l’unico toponimo romano originale di Carrara: il “Mons Gamianus” , corrispondente al sito delle attuali cave di Gioia. Si tratta di un vero e proprio tesoro archeologico, unico nel suo genere a livello internazionale.

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