Assegno sociale senza cittadinanza Una donna batte l’Inps in appello
di Libero Red Dolce
L’ente previdenziale le negò la prestazione per un ritardo di 68 giorni nel rinnovo del permesso Sconfitta in primo grado, la signora etiope ha fatto ricorso e vinto. La Cgil: «Sentenza storica»
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MASSA. Si può vivere e lavorare per metà d’una vita e alla fine non avere nemmeno diritto all’assegno sociale: 450 euro al mese, poco più della miseria. Capita a una cittadina etiope, in Italia dai primi anni ottanta, una vita spesa come lavoratrice domestica alle dipendenze di famiglie italiane. Ma è bastato che una volta chiedesse in ritardo, 68 giorni esatti, il rinnovo del permesso di soggiorno per rischiare di perdere quel piccolo, importante diritto.
La battaglia contro la normativa Inps, particolarmente rigida, parte nel 2013. Per l’istituto il richiedente deve dimostrare di essere in regola con i permessi, ma anche di avere residenza continuativa in Italia nei 10 anni precedenti la domanda. La signora è tranquilla, gli anni sono molti di più. Niente di cui preoccuparsi. E invece c’è un problema.
Costretta dalle altrettanto rigide normative sul permesso di soggiorno a dover continuamente rinnovare le sue richieste, si è trovata con un periodo di vuoto. Una dimenticanza di 68 giorni in un periodo di oltre trentanni. Robetta, si dirà. Niente affatto: bastano quei due mesi e una settimana per beffarla. Mancano i requisiti, scrivono dall’ente previdenziale, la richiedente non ha diritto all’assegno sociale.
Così una donna di settantanni si ritrova senza nessun tipo di reddito né tantomeno una pensione. Per una svista, osteggiata dalla durezza burocatrica. Per un disguido formale avrebbe dovuto rinunciare ai diritti tanto faticosamente acquisiti durante gli anni. E a quel punto decide di rivolgersi al patronato della Inca Cgil per provare a far valere i suoi diritti.
Il primo tentativo il patronato, con la consulenza legale dell’avvocata Michela Poletti, lo fa al tribunale di Massa. Che però dà ragione a Inps.
Ma la donna non si dà per vinta. E decide di fare ricorso a Genova. E qui vince. La corte d’appello ha fatto leva sul fatto che in occasione del citato ritardo nella richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, la questura di Massa aveva comunque rilasciato un permesso per motivi umanitari. La dimenticanza dunque era sanata.
E anche sul punto della continuità di residenza in Italia le verifiche fatte hanno portato a riconoscere che effettivamente era così. La donna era sempre rimasta in Italia.
Per questo si poteva dire soddisfatto il requisito della permanenza legale in Italia per almeno dieci anni, requisito che l’Inps aveva escluso solo a causa del ritardo nel presentare la richiesta di soggiorno.
Soddisfatta la Inca Cgil. «Con la sentenza la corte d’appello di Genova ha affermato un innovatore principio di diritto: anche i cittadini extracomunitari, seppur non titolare di permesso Ce di lungo soggiorno, hanno diritto all’assegno sociale». Una parità dunque acquisita per diritto, residenza e lavoro. E non in base alla provenienza etnica e geografica.
Non si parli di aiutarli in casa loro, per cortesia. Noi italiani a casa loro, in Etiopia, ci siamo stati, da occupanti, per cinque anni lunghi anni. Dal 1936 al 1941. E la repressione nei confronti della popolazione e della resistenza etiopica fu portata avanti bombardando i territori non sottomessi con armi chimiche come l’iprite (che causa orrende piaghe su tutta la pelle), il fosgene (che blocca le vie respiratorie) e le arsine (che distruggono i globuli rossi). A casa loro, purtroppo, abbiamo dato.
La battaglia contro la normativa Inps, particolarmente rigida, parte nel 2013. Per l’istituto il richiedente deve dimostrare di essere in regola con i permessi, ma anche di avere residenza continuativa in Italia nei 10 anni precedenti la domanda. La signora è tranquilla, gli anni sono molti di più. Niente di cui preoccuparsi. E invece c’è un problema.
Costretta dalle altrettanto rigide normative sul permesso di soggiorno a dover continuamente rinnovare le sue richieste, si è trovata con un periodo di vuoto. Una dimenticanza di 68 giorni in un periodo di oltre trentanni. Robetta, si dirà. Niente affatto: bastano quei due mesi e una settimana per beffarla. Mancano i requisiti, scrivono dall’ente previdenziale, la richiedente non ha diritto all’assegno sociale.
Così una donna di settantanni si ritrova senza nessun tipo di reddito né tantomeno una pensione. Per una svista, osteggiata dalla durezza burocatrica. Per un disguido formale avrebbe dovuto rinunciare ai diritti tanto faticosamente acquisiti durante gli anni. E a quel punto decide di rivolgersi al patronato della Inca Cgil per provare a far valere i suoi diritti.
Il primo tentativo il patronato, con la consulenza legale dell’avvocata Michela Poletti, lo fa al tribunale di Massa. Che però dà ragione a Inps.
Ma la donna non si dà per vinta. E decide di fare ricorso a Genova. E qui vince. La corte d’appello ha fatto leva sul fatto che in occasione del citato ritardo nella richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno, la questura di Massa aveva comunque rilasciato un permesso per motivi umanitari. La dimenticanza dunque era sanata.
E anche sul punto della continuità di residenza in Italia le verifiche fatte hanno portato a riconoscere che effettivamente era così. La donna era sempre rimasta in Italia.
Per questo si poteva dire soddisfatto il requisito della permanenza legale in Italia per almeno dieci anni, requisito che l’Inps aveva escluso solo a causa del ritardo nel presentare la richiesta di soggiorno.
Soddisfatta la Inca Cgil. «Con la sentenza la corte d’appello di Genova ha affermato un innovatore principio di diritto: anche i cittadini extracomunitari, seppur non titolare di permesso Ce di lungo soggiorno, hanno diritto all’assegno sociale». Una parità dunque acquisita per diritto, residenza e lavoro. E non in base alla provenienza etnica e geografica.
Non si parli di aiutarli in casa loro, per cortesia. Noi italiani a casa loro, in Etiopia, ci siamo stati, da occupanti, per cinque anni lunghi anni. Dal 1936 al 1941. E la repressione nei confronti della popolazione e della resistenza etiopica fu portata avanti bombardando i territori non sottomessi con armi chimiche come l’iprite (che causa orrende piaghe su tutta la pelle), il fosgene (che blocca le vie respiratorie) e le arsine (che distruggono i globuli rossi). A casa loro, purtroppo, abbiamo dato.
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