Sicurezza
«Io ero anarchico ma ora a 87 anni non lo sono più»
Intervista a Alberto Rosselli il protagonista del libro di Fabio Evangelisti. «Il mio viaggio da Carrara al Cile»
CARRARA. «Mi sono perdonato e ho perdonato» è la frase forse più bella dell’intervista rilasciata a Il Tirreno da Alberto Rosselli, protagonista del libro del politico apuano Fabio Evangelisti “A Santiago c’è una Piazza”. Una frase che racchiude il senso di un viaggio molto particolare, il viaggio dell’emigrato, che abbandona il suo paese sentendosi abbandonato dal suo paese e che poi alla fine, dopo anni di silenzio quando decide di rifarsi vivo e di riprendere i contatti con la sua terra, lo fa perché perdona, sé stesso e la sua terra.
Il viaggio: 16 giorni in mare. Alberto Rosselli oggi vive a Santiago del Cile ma nacque a Carrara 87 anni fa, dove ha vissuto per i suoi primi 19 anni, facendo in tempo a dare il proprio contributo alla Resistenza, quando giovanissimo, appena quattordicenne, lottò con i partigiani sulle nostre montagne e che dopo la morte della madre e poi del padre, non potendo contare più su nessuna prospettiva futura, decise di lasciare il Paese a bordo di un piroscafo, da Genova, subito dopo la guerra. «Sono stati 16 giorni di mare: all’epoca avevo 19 anni, ero giovane, mi sentivo padrone del mondo, la nave era sicura e il tempo non era pazzo come adesso, il clima non era ancora cambiato, così il viaggio andò bene» spiega.
Il dolore per la perdita della madre, che comunque contribuiva a mantenere la famiglia con il suo negozio di casalinghi in Piazza Alberica, la morte del padre dopo e l’assenza di prospettive future a Carrara e in generale in Italia, lo spinse a bordo di quel piroscafo, destinazione Argentina: «Quando morì la mamma fu un disastro, con il negozio aiutava a mantenere la famiglia e poi dopo la guerra morì anche mio padre e così siamo rimasti soli mio fratello ed io: a quel punto volevo andare via, sarei andato da qualsiasi parte pur di andare via, non vedevo futuro, perché in Italia la ripresa sarebbe iniziata solo dal ’55- ’60 e nel ‘49 non c’erano belle previsioni» continua a raccontare Alberto Rosselli.
La nuova vita. Ma nei lunghi e silenziosi 25 anni in cui Alberto scomparendo dall’orizzonte del mare davanti a Genova, fece perdere le sue tracce, a parte qualche lettera al fratello rimasto a Carrara, non raccontò quasi niente della sua vita precedente e dell’Italia, alla famiglia che nel frattempo si creò in America, ai suoi 2 figli, Mario e Patricia: «Ho raccontato poco ai miei figli, troppi brutti ricordi, a partire dallo sfascio economico. Diventammo poveri da un giorno all’altro. Poi, col tempo, nel ’73 quando ritornai per la prima volta, mi sono fatto un esame di coscienza e ho perdonato tutti, anche Carrara».
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La fede politica. Rosselli parla anche della sua fede politica: partì con l’anarchia nel cuore, ma qualcosa cambiò insieme alla lingua, al clima e alla gente: «Io sono capitalista-racconta Alberto che ha costruito in Cile, quando lasciò l’Argentina nel ’54 all’alba della crisi economica che sconvolse il paese dopo anni di benessere, una catena di ristoranti e una società di import\export di prodotti alimentari-non sono un anarchico: non credo ci siano molti anarchici di 87 anni. Lo sono stato da ragazzo perché a Carrara c’era un gruppo anarchico importante, ma ero molto giovane».
La simpatia per Pinochet. Rosselli spiega anche il motivo della sua simpatia per Pinochet, legata puramente a motivi economici: «Allende stava portando il Cile al Comunismo stile Cuba, stava nazionalizzando tutto, anche gli esercizi più piccoli: all’epoca Fidel Castro rimase in visita ufficiale in Cile per 29 giorni, fu un segnale forte e i capitali se ne erano andati tutti via-ha spiegato Alberto, proseguendo -Pinochet cambiò il volto economico del Cile: ha privatizzato dove Allende aveva nazionalizzato e ha fatto investimenti in quel modo tornarono i capitali dall’estero». «Oggi si vive bene». «Oggi in Cile si vive bene, c’è lavoro, c’è bisogno di manodopera e i flussi migratori, sono stati alimentati per lungo tempo da colombiani e cileni oggi da molti haitiani. Quando arrivai qui, c’era anche un piccolo gruppo di carraresi di 15/20 persone: c’erano dei Vatteroni e dei Pellicani. Lavoravano tutti il marmo, avevano un’occupazione. In Cile italiani che stanno male non ce ne sono: siamo tutti imprenditori e la nostra è una comunità ben voluta». Peccato però che si parli poco dell’Italia, spiega Alberto: «Si parla di economia spagnola, inglese, ma di Italia mai. Se tornassi indietro credo che rifarei la stessa scelta ho 2 figli, 7 nipoti e 6 pronipoti, in Cile ho famiglia: se fossi solo però tornerei in Italia».
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