Il Tirreno

I commercianti: «Caos risarcimenti»

di Fabrizio Palagi
I commercianti: «Caos risarcimenti»

I proprietari di attività della “zona rossa” puntano il dito contro la lentezza burocratica e i costi troppo alti per le domande 

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CARRARA. All'alba del 5 novembre di tre anni fa, il Carrione ruppe gli argini all'altezza della ex tenuta di Villa Ceci, conseguentemente allagando con acqua e tanto fango la parte est di Marina, non risparmiando la zona ai lati di viale XX Settembre.

Un dramma per centinaia di famiglie, specialmente per chi abitava a pianterreno, le cui abitazioni vennero sommerse dalla mota limacciosa che rese inservibili mobili e suppelletili. Oltre alle case, in tanti persero le auto, giardini e orti: la conta dei danni, iniziata da lì a poco, salì a dismisura, accresciuta, poi, da quelli arrecati al commercio, visto che furono tantissimi i negozi e le attività che restarono in ginocchio.

In vista del terzo anniversario di quella terribile mattinata, sono proprio alcuni commercianti della cosiddetta "zona rossa" a puntare il dito sulla lentezza dell'iter relativo alla richiesta di risarcimento per i danni subìti, ma, principalmente, per la complessità e per i costi economici richiesti per la compilazione delle domande.

Un ginepraio, dicono, da cui è difficoltoso districarsi, neppure con l'ausilio di esperti, peraltro poi da pagare per le prestazioni e l'assistenza concesse.

Riuniti nello storico Bar del Porto, nella parte di levante della Vecchia Marina, i commercianti in questione lamentano tali ostacoli, annunciando «che è preferibile lasciare perdere tutto e dedicarsi alle attività rimesse in piedi solo con le nostre forze e tasche».

Riuniti attorno a un tavolo si ritrovano negozianti ed esercenti che da anni mandano avanti le rispettive attività. Si tratta di Marina Caleo e Franca Bertola (entrambe parrucchiere), Benito Babbini (proprietario di un fondo a uso commerciale), Francesca Paladini (storico negozio di ferramenta), Roberta Nista (Bar del Porto), Franco Dell'Amico e Roberto Strenta (barbieri), Rita Dani (lavanderia), Francesca Landi (alimentari), Angelo Dell'Amico (pizzeria), Alida Vatteroni (fotografa) e Claudio Trombella (edicolante). Un elenco lungo ma non esaustivo.

«Non siamo tutti qui - dice Rita Dani - dato che molti di noi non possono chiudere le serrande quando vogliono. Però parliamo anche a nome di loro, tutti nella cosiddetta "zona rossa, dicendo che proprio non ce la sentiamo di intraprendere una strada tanto difficoltosa per sperare di ottenere qualche soldo di risarcimento. Il termine per la presentazione delle domande scadrà lunedì, il 9 ottobre: data entro la quale si dovrebbe presentare una corposa documentazione, perdipiù corredata da perizie di tecnici sull'entità dei danni subìti, sugli interventi da noi fatti per riattivare le attività e altre varie certificazioni»

«Un dossier che riteniamo assurdo - le fa eco Roberta Nista - da assemblare a tre anni di distanza dall'alluvione. Ma che cosa sono serviti gli incontri sinora avuti con le istituzioni? Tante parole, ma niente fatti. Per riaprire i nostri negozi, abbiamo dovuto rimboccarci le maniche e mettere mani ai portafogli. E' così che si aiuta il commercio, tessuto importantissimo per ogni comunità?».

In pratica, i commercianti si sentono lasciati a loro stessi, dopo aver avuto danni enormi di cui, ancor oggi, ne pagano le conseguenze economiche.

«Abbiamo rifatto pavimentazioni, intonaci, impianti elettrici ed idraulici, distrutti dal fango - conclude Benito Babbini - ma dei soldi per i risarcimementi non ne abbiamo visti. Ci dissero che i fondi esistevano, ma che sono stati bloccati da cavilli burocratici. Non so se è così. So solo che per tirare avanti si debbono fare enormi sacrifici aggiuntivi, oltre a quelli fatti a inizio, effettivo, delle nostre attività».

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