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Facce da cava: ecco gli attori di Konchalovsky

Facce da cava: ecco gli attori di Konchalovsky

Svelati i nomi e i volti dei protagonisti dell’atteso film che il regista russo sta girando nei bacini apuo versiliesi

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CARRARA. Per capire lo spirito con cui il regista Andrei Konchalovsky sta girando il film su Michelangelo in terra apuana è sufficiente leggere un estratto dall’intervista rilasciata a Repubblica nell’agosto scorso: «Pochi attori, nel film ci sarò soprattutto gente presa dalla strada. Metà del cast arriva da Carrara: facce fantastiche, personalità forti. I carraresi vivono nelle montagne senza mescolarsi agli altri, producono marmo da oltre duemila anni. Sono uno dei primi esempi di proletariato: sono una società che è una classe. Non dimentichiamo che l’anarchia sindacalista è nata qui e che qui i partigiani lottarono con grande forza contro fascisti e nazisti. Questi luoghi hanno una storia di indipendenza e facce meravigliose. E poi è un piacere avere a che fare non con attori ma con gente che lavora davvero il marmo: scalpellini, marmisti ».

È lì, in quelle poche parole, la ragione per cui il regista ha voluto scegliere gente del posto, guardandola uno ad uno. Cavatori veri (tranne due), quasi tutti di Carrara (tre di Massa e uno di Livorno), perché così ha ritrovato quello spirito autentico che nel corso dei secoli non si è perso. Facce da cava, tratti plasmati, per la maggior parte, dalla montagna. Caratteri forti.

Ecco allora i protagonisti del film “Il peccato. Una visione”: Enrico Angeli, Gino Branchetti, Giovanni Cattani, Dino, Leonardo e Mattia Dell’Amico, Francesco Gabelloni, Franco e Giovanni Magli, Paolo Muracchioli, Alessandro Pierotti, Luca e Silvano Ratti, Antonio e Francesco Ruscigni, Guido Siniega.

E si capisce guardandoli negli occhi, nelle mani e nelle rughe scolpite da anni di duro lavoro in cava perché il maestro russo ha scelto loro.

Perché nessun attore potrebbe riuscire a calarsi nel ruolo di chi oggi come ieri sale le montagne ed estrae il marmo.

Rituali, sguardi, parole, che sono rimaste identiche nei secoli. Un rituale senza Dio che si ritrova in questi uomini.

C’è Guido Siniega che lavora alle cave della Furrer che quasi per caso è venuto a sapere del casting: «Il giorno in cui sono venuti in cava da me io non c’ero sono stato avvisato dal mio amico Alessandro. Ho mandato la mia foto su whatsapp e ce l’ho fatta. Devo molto al mio datore di lavoro, il dottor Gino Mazzi, che mi ha consentito di partecipare alle riprese perché ha capito quanto ci tenessi».

E chi sognava un giorno di diventare attore e, almeno per una volta, ci è riuscito.

« Nella mia vita ho avuto tre momenti di particolare gioia – ha spiegato Francesco Gabelloni – il primo quando sono nate le mie bambine, il secondo in cui mi hanno comunicato che avrei cominciato a lavorare in cava, il terzo in cui ho saputo di essere stato scelto per il film. Fare l’attore era uno dei miei sogni; e chiunque abbia un sogno dovrebbe sempre crederci fino in fondo». Due delle comparse scelte non sono cavatori.

Uno è Mattia Dell’Amico, impiegato in un deposito di marmi: «Io avevo già fatto esperienza di teatro, ma l’impatto col cinema è stato traumatico: girare un film è impegnativo, prevede tempi di attesa lunghissimi».

E Alessandro Pierotti, di Livorno: «Un giorno ho visto un volto ritratto sul giornale, con la didascalia: “se pensi di assomigliargli, inviaci una foto”. Io non sapevo nemmeno di cosa si trattasse, ma l’ho fatto».

«Credo che il casting non abbia valutato solo i lineamenti, ma anche i caratteri- continua il livornese Pierotti - I cavatori mi hanno accolto come uno di loro. Quella che raccontiamo è una storia dura, in cui tutti ci siamo immedesimati: forse il regista ha visto anche questo, in noi».

(l.bo.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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