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Lite in tribunale: vince il fratello

Lite in tribunale: vince il fratello

Aveva chiesto 300mila euro alla sorella per la ristrutturazione di una casa, lei lo aveva denunciato per truffa

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MASSA. Era stato condannato a nove mesi in primo grado, ma poi in appello - anche grazie alla depenalizzazione del reato che gli veniva contestato - è stato assolto. E così è tornato alla carica esigendo di essere saldato di trecentomila euro, quella cifra che chi lo accusava diceva di non dover versare perché frutto di un accordo che riportava una firma fasulla. E il giudice - Ermanno De Mattia - ha dato nuovamente ragione all’uomo, archiviando la richiesta di rinvio a giudizio per truffa - avanzata dai legali della parte civile, gli avvocato Riccardo Balatri e Giovanni Battista Bertocchi -, che così si è aggiudicato i soldi in virtù di un’ingiunzione di pagamento che aveva presentato e l’ultimo round di una disputa giudiziaria iniziata quattro anni fa. Ma a rendere interessante questa vicenda, oltre alle sentenze discordanti dei tribunali, è il fatto che i protagonisti di questa storia sono un fratello e una sorella - Vincenzo e Fedra Musi - finiti ai ferri corti a causa di un bel po’ di quattrini.

Le vite di Fedra e Vincenzo si sono separate dopo l’infanzia: lui aveva aperto un'attività nella provincia apuana, lei si era sposata con un americano ed era andata a vivere negli States. E lì c'era rimasta per decenni, finché il consorte non era morto. A quel punto aveva sentito nostalgia della sua Toscana. Così aveva deciso di acquistare una villetta tra Marina di Massa e il Cinquale. Gli ottocento milioni di lire (l'euro non era ancora arrivato) richiesti non erano un problema, semmai lo era la distanza perché lei doveva risolvere alcune cose prima di fare armi e bagagli. Ma era bastato telefonare al fratello per togliersi l'ultimo cruccio: Vincenzo si era detto più che felice di darle una mano. L’uomo però aveva bisogno di far vedere che poteva saldare l'agenzia e i proprietari della villa senza chiedere né mutui né prestiti e aveva chiesto alla sorella di cominciare a trasferire le centinaia di milioni sul conto del nipote. Aveva contattato il notaio e aveva firmato il rogito forte della procura di Fedra. Il fratello a quel punto le chiedeva una cosa che sembrava logica, ma che è diventata il motivo del contendere: firmare una decina di fogli in bianco per poter sbrigare le pratiche di allacciamento di luce, gas e altri servizi (compresa la residenza) senza la necessità di doverla contattare ogni volta. Uno di questi fogli, secondo la donna, è diventata una falsa ricognizione di debito per l'ammontare di più di mezzo miliardo del vecchio conio, servito in parte a comprare l'immobile e a ristrutturarlo. Denaro che Vincenzo rivoleva. E quel documento lo aveva usato per presentare un decreto ingiuntivo contro la sorella. Anni dopo il rogito. In primo grado Musi era stato condannato, in appello invece ne è uscito pulito. Forte del giudizio del tribunale di Genova quel documento lo aveva ripresentato nella scorsa primavera, chiedendo indietro il denaro alla sorella.

Lei si è opposta e ha presentato una nuova accusa per truffa. Il gip dopo aver valutato le carte, dato che per quel reato era già stato giudicato, ha archiviato il caso. (d.d.)

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