Il dolore
I derivati delle cave anche a Saint Tropez
Presentato in commissione il consorzio Carrara Marble Way: i materiali di scarto andranno sulle spiagge della Costa Azzurra e nei moli di Vado e di Spezia
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CARRARA. L’ampliamento dei moli nel porto di Vado e della Spezia, alcuni interventi di ripascimento delle spiagge, da Massa a Saint Tropez, e ancora le opere di ripristino delle cave dismesse e perfino un’applicazione espressamente dedicata al settore edile, per la creazione di mattoni in carbonato di calcio.
Sono questi alcuni dei progetti di riutilizzo dei materiali derivati dall’escavazione del marmo a cui sta lavorando Carrara Marble Way, la società fondata a inizio 2017 che mette insieme 39 imprese del settore, pari a circa il 75% della capacità estrattiva del bacino cittadino per una produzione annuale di circa 2 milioni di tonnellate di materiali di “scarto”. Il presidente del consorzio Giuseppe Baccioli ha illustrato ieri alla commissione Marmo - presieduta da Stefano Dell’Amico alla presenza dell’assessore al Marmo Alessandro Trivelli - tutti fronti aperti da Marble Way per valorizzare i derivati e trovare uno sbocco appetibile sul mercato in modo da incentivarne l’asportazione: i più imminenti sono quelli che riguardano gli interventi di ampliamento di alcuni moli, con la candidatura del consorzio ai bandi per aggiudicarsi la fornitura di materiale per lo scalo di Vado - 1 milione di tonnellate per un valore di circa 10 milioni di euro – quello della Spezia, e l’ipotesi in prospettiva di correre anche per Livorno.
Il presidente ha poi ricordato che i detriti ben si adattano agli interventi di ripristino delle cave dismesse, lanciando un appello all’amministrazione per l’avvio di una collaborazione. Quanto poi al futuro a medio-lungo termine Marble Way sta lavorando e investendo per creare “nuove” applicazioni: con il Distretto Tecnologico del Marmo di Imm è stata avviata la caratterizzazione dei prodotti, in modo da studiarne le caratteristiche fisiche e meccaniche mentre il Centro Geotecnologie dell’Università di Siena sta valutando la possibilità di impiegarli nel ripascimento delle spiagge. Tanto che da Saint Tropez è arrivata una richiesta di fornitura per integrare con materiali provenienti dalle cave di Carrara la spiaggia bianca della zona. L’azienda fiorentina Catalist, specializzata in edilizia innovativa, si è messa in contatto con il consorzio per la produzione di un nuovo mattone in carbonato di calcio, la ditta massese 3M dal canto suo sta già producendo arredi urbani partendo proprio dai derivati della lavorazione del lapideo mentre il centro di Nanotecnologie dell’Università di Pisa tra qualche anno potrebbe riuscire a ricavarne fertilizzanti per l’agricoltura o materiali polimerici compositi.
«Noi vogliamo creare un’economia circolare, per questo cerchiamo applicazioni nuove perché siamo davanti a uno dei processi industriali potenzialmente più interessanti del nostro territorio. Il futuro industriale del lapideo potrebbe essere proprio in questi materiali… ma non chiamateli rifiuti» ha insistito Baccioli convinto che la valorizzazione dei derivati sia la sola strada da percorrere per risolvere il problema della pulizia dei bacini marmiferi. Una sottolineatura arrivata anche a seguito degli interventi di alcuni consiglieri comunali, Cristiano Bottici (Pd), Gianenrico Spediacci (Insieme per Carrara), Nives Spattini (M5S) e Marzia Gemma Paita (M5S) che hanno ricordato l’obbligo per i concessionari di asportare le terre dal monte, un obbligo troppo a lungo trascurato con gravi ripercussioni sulla sicurezza idrogeologica del territorio. «Dobbiamo fare di più» ha ammesso Baccioli, chiedendo «un paio di anni di tempo» e la collaborazione dell’amministrazione, per risolvere un problema vecchio di 40 anni. E a chi come la presidente di Legambiente Carrara Maria Paola Antonioli ha sollevato lo spettro di un pericoloso business dei derivati, con cave adibite non più all’estrazione di blocchi ma esclusivamente all'approvvigionamento di materiali di risulta, il presidente di Marble Way ha garantito che «l’obiettivo di questa società non è fare profitti ma investire in ricerca, creare occupazione e risolvere in modo strutturale il problema delle terre».
Cinzia Chiappini
Sono questi alcuni dei progetti di riutilizzo dei materiali derivati dall’escavazione del marmo a cui sta lavorando Carrara Marble Way, la società fondata a inizio 2017 che mette insieme 39 imprese del settore, pari a circa il 75% della capacità estrattiva del bacino cittadino per una produzione annuale di circa 2 milioni di tonnellate di materiali di “scarto”. Il presidente del consorzio Giuseppe Baccioli ha illustrato ieri alla commissione Marmo - presieduta da Stefano Dell’Amico alla presenza dell’assessore al Marmo Alessandro Trivelli - tutti fronti aperti da Marble Way per valorizzare i derivati e trovare uno sbocco appetibile sul mercato in modo da incentivarne l’asportazione: i più imminenti sono quelli che riguardano gli interventi di ampliamento di alcuni moli, con la candidatura del consorzio ai bandi per aggiudicarsi la fornitura di materiale per lo scalo di Vado - 1 milione di tonnellate per un valore di circa 10 milioni di euro – quello della Spezia, e l’ipotesi in prospettiva di correre anche per Livorno.
Il presidente ha poi ricordato che i detriti ben si adattano agli interventi di ripristino delle cave dismesse, lanciando un appello all’amministrazione per l’avvio di una collaborazione. Quanto poi al futuro a medio-lungo termine Marble Way sta lavorando e investendo per creare “nuove” applicazioni: con il Distretto Tecnologico del Marmo di Imm è stata avviata la caratterizzazione dei prodotti, in modo da studiarne le caratteristiche fisiche e meccaniche mentre il Centro Geotecnologie dell’Università di Siena sta valutando la possibilità di impiegarli nel ripascimento delle spiagge. Tanto che da Saint Tropez è arrivata una richiesta di fornitura per integrare con materiali provenienti dalle cave di Carrara la spiaggia bianca della zona. L’azienda fiorentina Catalist, specializzata in edilizia innovativa, si è messa in contatto con il consorzio per la produzione di un nuovo mattone in carbonato di calcio, la ditta massese 3M dal canto suo sta già producendo arredi urbani partendo proprio dai derivati della lavorazione del lapideo mentre il centro di Nanotecnologie dell’Università di Pisa tra qualche anno potrebbe riuscire a ricavarne fertilizzanti per l’agricoltura o materiali polimerici compositi.
«Noi vogliamo creare un’economia circolare, per questo cerchiamo applicazioni nuove perché siamo davanti a uno dei processi industriali potenzialmente più interessanti del nostro territorio. Il futuro industriale del lapideo potrebbe essere proprio in questi materiali… ma non chiamateli rifiuti» ha insistito Baccioli convinto che la valorizzazione dei derivati sia la sola strada da percorrere per risolvere il problema della pulizia dei bacini marmiferi. Una sottolineatura arrivata anche a seguito degli interventi di alcuni consiglieri comunali, Cristiano Bottici (Pd), Gianenrico Spediacci (Insieme per Carrara), Nives Spattini (M5S) e Marzia Gemma Paita (M5S) che hanno ricordato l’obbligo per i concessionari di asportare le terre dal monte, un obbligo troppo a lungo trascurato con gravi ripercussioni sulla sicurezza idrogeologica del territorio. «Dobbiamo fare di più» ha ammesso Baccioli, chiedendo «un paio di anni di tempo» e la collaborazione dell’amministrazione, per risolvere un problema vecchio di 40 anni. E a chi come la presidente di Legambiente Carrara Maria Paola Antonioli ha sollevato lo spettro di un pericoloso business dei derivati, con cave adibite non più all’estrazione di blocchi ma esclusivamente all'approvvigionamento di materiali di risulta, il presidente di Marble Way ha garantito che «l’obiettivo di questa società non è fare profitti ma investire in ricerca, creare occupazione e risolvere in modo strutturale il problema delle terre».
Cinzia Chiappini
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